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Tra il 1860 e il 1960 si è consumato il più grande esodo che la storia moderna conosca con circa trenta milioni di italiani che hanno lasciato la nostra penisola. Le privazioni, la fame erano tante e tali da far prendere la triste decisione di partire e cercare di sostenere da lontano la propria famiglia. Straziante il distacco: intere famiglie si stavano per lasciare per sempre e certamente non si sarebbero mai più visti. Al porto di Napoli, ci si affacciava dalla nave per vedere ancora una volta, forse l’ultima, i volti amati. C’era chi urlava il nome di chi lasciava, chi prendeva in braccio i bambini e li mostrava, chi aveva portato con sé un gomitolo di lana e lo svolgeva tenendone un capo e lanciando l’altro capo giù sul molo al proprio caro in modo da rimanere in contatto sino a quando la nave non avrebbe salpato. L’urlo della sirena scatenava un mare di fazzoletti bianchi e i fili di lana rimanevano tesi nelle mani di ciascuno sino a quando il piroscafo non si allontanava dalla banchina. E poi il distacco: sono partiti tutti
Il sangue, l'acqua e il vino rappresentano una triade arcaica degli elementi costitutivi della ritualità in diverse epoche e culture. Il sangue, come cifra di identità e suo ulteriore rafforzamento, lo ritroviamo in forma ancora più enfatica nel culto di San Gennaro a Napoli, nel quale l’intera popolazione napoletana e campana si riconosce e sul quale fonda la propria esistenza simbolica. Innumerevoli credenze e documenti demologici testimoniano la vastità degli scenari simbolici e il variegato reticolo cui il sangue rinvia—e la documentazione al riguardo sarebbe oltremodo agevole—ma quanto già scritto mi appare sufficiente a sottolineare l’assoluta centralità del sangue nell’orizzonte folklorico, e non soltanto in esso. Per completare la trilogia liquida di cui ho detto, ricorderò come essa sia essenziale per la preminenza della vita e per la sua proiezione nel tempo futuro dei singoli e della società. Il linguaggio di tali liquidi consente che gli altri linguaggi siano detti, che nell’universo possa sillabarsi in un discorso umano.
La ricerca parte da un esame del popolo di San Gennaro, a Napoli, come garante della costruzione sempre in divenire dell’identità napoletana, secondo la Teologia del Popolo sviluppata dai teologi e filosofi argentini Lucio Gera, Justino O’Farrell e Juan Carlos Scannone.
Il popolo possiede una conoscenza, una razionalità, anche se non teorico-scientifica, che si esprime mediante le celebrazioni liturgiche, le feste religiose, le processioni. Facendo riferimento alla prospettiva mnemostorica (Jan Assmann), San Gennaro è una figura della memoria e non della storia.
Applicando la lettura bio-politica elaborata da Michel Foucault, nel culto di San Gennaro, durante la cerimonia delle feste dedicate a San Gennaro, trovano fondamento e legittimazione la Chiesa, lo Stato rappresentato dalle sue istituzioni e il popolo napoletano. Paradossalmente anche la camorra cerca una legittimazione per imporre il suo proprio predominio, nonostante che la sua pretesa venga respinta e condannata sia dallo Stato che dalla Chiesa.
Il sangue di Napoli, inteso come fattore identitario di legame, assume una valenza specifica nell’ambito dell’organizzazione criminale che va dunque analizzata sotto il profilo antropologico-culturale. Il tema “ghenos” che dal mito e dal sacro si profanizza in un contesto di malavita e funge da sovrastruttura ideologica e simbolica alla criminalità organizzata, viene trattata da una letteratura storica peraltro non vastissima sull’argomento che deve essere riconsiderata anche alla luce della narrativa e delle fiction napoletane di successo dei nostri giorni.
Il neorealismo viene comunemente datato, ma è una concezione alquanto approssimativa, a partire dal secondo dopoguerra. Si è naturalmente tenuto conto dei vari “laboratori” e delle fermentazioni letterarie del primo ‘900, in particolare gli anni Venti e Trenta, che hanno gettato le basi del “nuovo” realismo successivamente affermatosi nel cinema e nella narrativa. Tuttavia, l’approfondimento di questa determinante “eredità”, sia pur individuata, è stata scandagliata solo in parte. Esempio delle lacune nella ricerca è rappresentato dall’attività del giovane Carlo Bernari tra il 1927 e il 1932, un quinquennio preparatorio non solo del suo capolavoro—nel senso letterale di “origine” di una nuova concezione artistica—
La Napoli di Bernari, una realtà con le sue irrealtà, non è mai stata quella turistica, pittorica e cartolinesca, ma una “terza Napoli,” non il “paese dell’anima” ma il “luogo delle anime” incapace di concedersi al primo venuto. Questo è ciò che sostiene l’autore nel saggio “Il paese delle anime” in
Per l’opera di Carlo Bernari sono state coniate alcune definizioni che con felici metafore rappresentano l’attività dell’autore di
Nei canali sommersi della clandestinità, la Resistenza passò anche attraverso una cultura che si conservava ostinatamente di respiro europeo, attraverso i vasti orizzonti dei progetti editoriali: come quello de
Attraverso
Negli anni ‘30 del Novecento nasce nell’Italia Meridionale un movimento culturale ctonio che, operando al di sotto della censura fascista, tenta di restituire all’arte la libertà di espressione – e ispirazione – necessaria a rappresentare la nuova realtà delle cose. Così, nella clandestinità che il momento storico imponeva, si sviluppa una vera e propria avanguardia (testimoniata dal manifesto dell’U.D.A.) orientata verso una nuova forma di realismo ben distante dalle formule canonizzate della retorica naturalistica.
Spinti dalla volontà di fondare una nuova arte che riacquisti il rapporto dialettico con il reale e affascinati dal pensiero materialistico, i circumvisionisti, collegandosi alla situazione sociale meridionale e ai grandi eventi della vita contemporanea, elaboravano, come un magma germinativo, gli studi sulla nuova “grammatica della visione” (Maria Corti
Una certa “idea” di Napoli. Scenario del paradosso più universale del mondo, la grande bellezza e il dramma sociale perpetuo, connubio appunto paradossale: la Napoli del suo scrittore più importante del secolo breve, Carlo Bernari e dell’artista pittore Edoardo Giordano che dalla Napoli più aristocratica a cui (con indifferenza) apparteneva ha portato nel mondo dell’arte internazionale la temperie rivoluzionaria mai spenta dal tempo delle Avanguardie Storiche. Bernari e Giordano accomunati dalla visione politica che li vide partecipi delle storiche Quattro Giornate in cui il popolo di Napoli scacciò i tedeschi invasori.
Il primo romanzo di Carlo Bernari,
Nel 1948, pochi mesi dopo la pubblicazione di
Preceduta dalla fondazione del Gruppo 58, che riprese e continuò l’esperienza del movimento nucleare, la rivista napoletana
Il saggio propone una investigazione degli sviluppi del romanzo d’area napoletana tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta del ’900. Si definiscono i temi dominanti dei principali romanzi pubblicati in questa stagione—
Infine, si analizza il rapporto degli scrittori in oggetto con le forme del Nuovo Romanzo e il filone del cosiddetto romanzo “apocalittico”.
La Napoli che emerge dall’analisi dei testi narrativi di Luigi Incoronato (
In Ferrante’s
Quelle di Sergio De Santis (Napoli, 1953) sono storie naufraghe e salmastre; storie di malussìa che raccontano di uno “smarrimento fra gli stretti sentieri di una vita troppo diversa da come l’avevamo immaginata”. E la malussìa è la dimensione di un io metamorfico e dai nomi cangianti – a volte professore, altre velista, altre ancora giocatore di carte… – che attraversa il suo mondo narrativo, legando tra loro echi, temi e movenze di scrittura.
Nel gruzzolo di opere sinora pubblicate – una raccolta di racconti e tre romanzi – De Santis si dimostra un naufrago della scrittura che ama giocare con la reticenza, non solo perché è consapevole della forza dell’allusività e del rapporto tra i vuoti e i pieni, ma anche perché vuole che il suo paesaggio fisico e morale sia un correlativo di una condizione umana generale. Per De Santis il Sud è soprattutto la specola attraverso la quale guardare malinconicamente al disastro del mondo, senza però lasciarsi sfuggire ogni possibilità residua e imprevista di bellezza.
Il contributo si focalizza sulla figura intellettuale di Silvio Perrella, scrittore palermitano di nascita, ma trasferitosi a Napoli nel 1973, che rappresenta un
This article examines the apocalyptic in
The layers of Neapolitan culture have pinned down the representation of the city to two shifting paradigms: Napoli as a nourishing mother, pregnant in luxurious views of her Gulf and generous products of her land, and, on the opposite side, Napoli as a whore and a witch, a dark sterile entity that devours her children. Both ways, female markers have characterized the construction of Napoli’s cultural identity in the imagery of her intellectuals, story-tellers, and writers. This article will analyze such female reincarnations through the theatrical work of three of the city’s major authors: Eduardo de Filippo’s
Scopo del contributo è analizzare le differente immagini e “anime” di Napoli così come ritratte da due registi stranieri, il tedesco Werner Schroeter e il documentarista olandese Vincent Monnikendam, che hanno dedicato al “sangue di Napoli” due tra i loro lavori più importanti e celebri. In
To make a biopic of any writer is an effort almost inevitably doomed to failure. Filming the life of Leopardi was a hard challenge. During the study of
La rappresentazione di Napoli nel cinema ha utilizzato spesso numerosi luoghi comuni. Tuttavia, piuttosto che facile stereotipo, è talvolta divenuta un complesso sistema di simboli, di carattere storico e filosofico. È il caso del rosselliniano
Napoli è anche il luogo delle scene finali de
L’analisi di alcuni passaggi dei testi de
Nata nel 1921, Regina Bianchi matura insieme a un teatro che da semplice dialettalità si fa, con Eduardo, giudice del mondo e rappresentante di un popolo e della sua grandezza e miseria, affrontando tutta la strada dei ruoli nelle opere rappresentate e arrivando ben presto ai personaggi di maggior rilievo. Il traguardo è il ruolo di Filumena Marturano con cui Eduardo De Filippo le impone di cimentarsi, lei recalcitrante per paura del confronto con la grande Titina De Filippo. Vita privata e professione recano in lei il segno del personaggio materno, che i registi più diversi le affidano e in cui lei si immedesima attraverso una sensibilità sempre rinnovata e al tempo stesso coerente con un modello, quella di Filumena a cui si aggiungono la protagonista di Napoli milionaria, la Zà Croce del pirandelliano
Il presente contributo vuol riprendere alcune mie riflessioni sulla svolta drammaturgica, tematica e teatrale di Eduardo De Filippo negli anni Quaranta, espresse in particolare in due volumi,
Il napoletano Giuseppe Patroni Griffi s’impone in Italia nel secondo Novecento per la poliedricità espressiva che, fin dagli esordi, caratterizza il suo operato. Radio, letteratura, cinema, teatro, televisione sono gli ambiti nei quali egli opera lasciando, puntualmente, chiara impronta del suo estro. In questo saggio ci soffermeremo su larga parte della sua produzione letteraria e teatrale.
Negli anni ’60 e ’70 un aspetto particolarmente incisivo del teatro a Napoli è costituito dalle esperienze di ricerca condotte da alcune formazioni che, con diverse modalità, lanciano un chiaro segnale di rinnovamento. In nome di un più libero legame con la tradizione e rifiutando come unico il modello eduardiano, i gruppi sperimentali di questi anni generano un’autentica spinta vitale che, per la presenza di un patrimonio artistico stratificatosi nei secoli, assume particolari connotazioni all’interno del generale clima di rinnovamento del teatro italiano. Il rapporto acentrico con il testo drammatico costituisce una delle caratteristiche principali di questo processo nel quale, attraverso l’integrazione di espressioni proprie delle varie arti, la scrittura scenica è spostata sulla sfera del visivo. Il sTeatro, Napoli, Recitazione, Avanguardia, Sperimentazioneaggio intende tracciare la parabola dellã avanguardia teatrale napoletana nei due decenni che precedono la nascita della nuova drammaturgia (Moscato, Ruccello, Santanelli), ovvero, identificare i protagonisti di una generazione di artisti che si nega alla visione folklorica della cultura partenopea volgendo l’attenzione ai testi teorici (ad esempio le prime traduzioni degli scritti di Brecht e Artaud), alla drammaturgia straniera (Genet, De Ghelderode, Lorca, Ionesco, Beckett) e ai padri del Nuovo Teatro (Living Theatre, Grotowski), preparando l’humus germinale di una più serena relazione con il passato che consente la produzione testuale degli anni a venire.
Obiettivo del saggio è presentare una prima analisi della lingua del teatro di Ruggero Cappuccio, autore multanime e poliedrico, considerato una delle voci più originali della drammaturgia contemporanea, non solo dell’area napoletana. Oggetto della ricerca sono due opere pubblicate Shakespea Re di Napoli (2002) e Le ultime sette parole di Caravaggio (2012), con un copione inedito, intitolato Circus Don Chisciotte (2017). Le scelte formali, fortemente ancorate alla dialettalità del napoletano, ma anche del siciliano e, con minore frequenza, del veneziano, si affrancano dalla koinè regionale del napoletano, perché superano la diglossia italiano-dialetto della drammaturgia di Eduardo, per dare corpo a una lingua di scena poetica, lontana dal realismo mimetico, resa attraverso un raffinato e originale mlange verbale carico di sonorità, con un ben consolidato livello di scelte pluristilistiche. La rilevanza attribuita alla phoné, reinventata in un’entitè reificata e palpabile, o caratterizzata da una grottesca materialità, dà luogo a partiture sonore e a una scrittura votata all’adibizione di misure poetiche e strutture melodiche, a una “lingua di scena”, fatta soprattutto di intarsi e parallelismi fonici, con prevalenza di couplingassonantici, per l’interferenza di registri tonali dissonanti e per l’esaltazione del patrimonio orale delle koinai regionali del repertorio italiano, spesso accostate all’inglese e allo spagnolo.

