Abstract
In questo articolo analizzo le fasi della formazione identitaria di Lorenzo, protagonista di Io e te (2010) di Niccolò Ammaniti. Sostengo che discipline quali la Psicologia dello Sviluppo e la Psicologia dell’Io ci aiutano ad esaminare il significato della tensione tra realtà e finzione che si sviluppa nel romanzo e a capire l’evoluzione etica del protagonista.
Io e te, romanzo breve che Ammaniti pubblica nel 2010 e da allora quasi completamente ignorato dalla critica 1 , vede come protagonista, Lorenzo, un quattordicenne dall’aria solitaria che, a partire da una piccola bugia detta ai genitori, si prepara a trascorrere le vacanze natalizie nello scantinato del suo palazzo, in segreto, lontano dagli occhi di tutti. Un’esperienza che si rivelerà essenziale per la sua formazione identitaria. A partire dalle teorie dell’egocentrismo di Jean Piaget e David Elkind e dalle osservazioni di Michele Minolli sull’Io-soggetto, considero la visione che Niccolò Ammaniti presenta dell’adolescenza e della crescita del protagonista del romanzo. Sostengo che discipline quali la Psicologia dello Sviluppo e la Psicologia dell’Io ci aiutano ad esaminare il significato della tensione tra realtà e finzione che si sviluppa attorno a Lorenzo e a comprendere come l’esasperazione di tale tensione, contrassegnata dall'incontro tra il giovane e la sorellastra Olivia, segna il momento centrale dell’evoluzione del Sé del protagonista così come la rigenerazione dell’etica alla base delle sue scelte.
Finzione ed ego
La psicologia junghiana stabilisce una distinzione tra “Sé” ed “Io”. Il primo costituisce il centro della psiche, vale a dire quella parte formata dal connubio tra conscio ed inconscio che ha funzione di autodefinirci, di darci un’identità e che quindi ci guida nel processo di sviluppo psichico. Il nucleo della coscienza, d’altra parte, è l’Io ed è su questo che, al momento, vale la pena concentrare la nostra attenzione poiché si tratta dell’istanza psichica che regola la percezione dei rapporti con la realtà, vale a dire, mette in relazione la realtà interna con la realtà esterna ed incentiva l’individuo nel processo di adattamento a quell’equilibrio. Tuttavia, se consideriamo la labilità di tutti i fattori che entrano in gioco nella caratterizzazione dell’Io, comprendiamo come non si tratti di una realtà statica, ma di un dinamico incontro a più livelli; livelli che possono influenzare il risultato finale, in tal senso l’ego diviene una possibile declinazione dell’Io in quanto coscienza individualizzata in cui la realtà interna domina quella esterna.
Jean Piaget, influente psicologo dello sviluppo infantile, nel 1922 introduce il concetto di egocentrismo e lo descrive come uno stadio intermedio o di transizione verso il pensiero logico. Come ben esplicitato da Thomas Kesselring e Ulrich Müller, nelle teorie di Piaget l’egocentrismo è un pensiero individuale determinato dalle immagini più che da reali concetti e caratterizzato dall’adattamento della realtà ai propri desideri (Kesselring e Müller, 2011: 328). Sostanzialmente, l’egocentrismo nell'età evolutiva si traduce in un accentramento di ogni punto di vista al proprio, nella incapacità di vedere e considerare i punti di vista altrui, e di capire che questi non solo esistono, ma vanno considerati in un rapporto di relazionalità (Kesselring e Müller, 2011: 329).
A partire dalla ricerca di Piaget, e per quanto riguarda la fase adolescenziale, lo psicologo David Elkind, teorizza un tipo di egocentrismo che risulta particolarmente rilevante per delineare e comprendere le caratteristiche comportamentali e psicologiche del personaggio di Lorenzo. Così Elkind parla dell’egocentrismo: This egocentrism emerges because, while the adolescent can now recognize the thoughts of others, he fails to differentiate between the objects toward which the thoughts of others are directed and those which are the focus of his own concern. Now, it is well known that the young adolescent, because of the psychological metamorphosis he is undergoing, is primarily concerned with himself. Accordingly, since he fails to differentiate between what others are thinking about and his own mental preoccupations, he assumes that other people are as obsessed with his behavior and appearance as he is himself. It is this belief that others are preoccupied with his appearance and behavior that constitutes the egocentrism of the adolescent. (Elkind, 1967: 1029)
Da questa premessa scaturiscono di fatto due strutture fondamentali dell’egocentrismo adolescenziale, una conosciuta come “imaginary audience”, vale a dire l’idea che si forma nella mente dell’adolescente che lo porta a credere che altre persone siano interessate a lui come lo è lui in sé stesso, e la “personal fable”, ovvero la credenza o la storia auto-indotta che, seppur non veridica, il giovane racconta a sé stesso (Elkind, 1976: 179). A partire da tale linea di pensiero, si potrebbe dunque affermare che l’adolescente vive in bilico tra finzione e realtà o, detto in altre parole, vive in una realtà fittizia che la sua stessa convinzione e alterata percezione di sé e di chi lo circonda hanno costruito.
In Io e te, la crescita del protagonista si gioca in una costante tensione tra fantasia e realtà. Il romanzo si apre con Lorenzo che, in tenuta da sci, viene accompagnato (o meglio avvicinato) dalla madre al punto di incontro dal quale, di lì a poco, sarebbe partita la comitiva di amici del ragazzo per trascorrere la settimana bianca a Cortina d’Ampezzo. E non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che Lorenzo non ha amici e non è stato invitato ad alcuna gita. L’intera trama è innescata da ciò che si potrebbe definire come il prodotto di una fantasia che Lorenzo descrive con le seguenti parole: Se chiudevo gli occhi mi sembrava di essere in funivia. Tra Alessia, Oscar Tommasi, Dobosz e il Sumero. Potevo sentire l’odore del burro di cacao, delle creme abbronzanti. Saremmo scesi dalla cabina spingendoci e ridendo, parlando forte e fregandocene di tutta l’altra gente […]. (Ammaniti, 2010: 19)
Da qui la narrazione, in prima persona, torna agli anni delle scuole elementari e medie. Il collegamento tra i due pensieri suggerisce la possibilità di una narrazione alterata dalla percezione dell’ego. Con Elkind abbiamo visto che la convinzione adolescenziale di essere al centro dei pensieri altrui porta il giovane a leggere tutto ciò che lo circonda in dipendenza da sé e ad agire di conseguenza. Lorenzo difatti ci racconta del difficile rapporto con i compagni e di come l’unica soluzione per la sua sopravvivenza in quel mondo fosse quella di nascondersi sotto false spoglie e in piena luce: “Mi confondevo come una sardina in un banco di sardine. Mi mimetizzavo come un insetto stecco tra i rami secchi” (Ammaniti, 2010: 27). Similarmente, così parla Ammaniti dell’adolescenza in un’intervista rilasciata per La Repubblica: L'adolescenza odierna è molto più complicata e contraddittoria che non in passato. Che cosa vi nota?
“Noto una grande capacità di rimuovere. Per cui un adolescente può andare bene a scuola, ricordarsi del regalino alla fidanzatina per San Valentino, portare i fiori alla mamma e poi dare fuoco a un barbone. E tutto questo accade grazie alla facoltà di dimenticare. Per cui, il piano morale e quello immorale non entrano quasi mai in conflitto, ma si sovrappongono. Per l'adolescente “sembrare” è la parola chiave. Sembrare agli occhi degli altri ciò che non si è, e che forse non si diventerà mai. Anche sembrare cattivi può produrre danni incalcolabili e irreversibili”. (Gnoli, 2010)
Una tecnica, dunque, quella della mimetizzazione che porta chi la opera a non porsi domande su chi sta diventando e a trovare un equilibrio che seppur precario dà una parvenza di sicurezza e stabilità identitaria. Un “sembrare” che Lorenzo affina durante gli anni del liceo, come possiamo leggere nel seguente estratto: Ecco cosa dovevo fare. Imitare i più pericolosi. Mi sono messo le stesse cose che si mettevano gli altri. Le scarpe da ginnastica Adidas, i jeans con i buchi, la felpa nera con il cappuccio. Mi sono tolto la riga e mi sono fatto crescere i capelli. Volevo anche l’orecchino […]. Camminavo come loro. A gambe larghe. Buttavo lo zaino a terra e lo prendevo a calci. Li imitavo con discrezione. […] La mosca era riuscita a fregare tutti, perfettamente integrata nella società delle vespe. Credevano che fossi uno di loro. Uno giusto. (Ammaniti, 2010: 31–32)
Lorenzo in tutti quegli anni vive in una fantasia che sembrerebbe proteggerlo, ma non lo identifica, anzi ne accresce la percezione distorta che ha dell’ambiente e di sé. Tuttavia, Lorenzo non è l'unico ad alimentare tale condizione. Anche i membri della sua cerchia affettiva contribuiscono profondamente al rafforzamento delle sue fantasie egocentriche. In primis, i genitori, con i quali non vi è una effettiva comunicazione e che il giovane, con le sue verità taciute, cerca di compiacere e non dispiacere; ma in particolar modo nonna Laura, un personaggio che sembra viaggiare in parallelo al protagonista. Ciò che sappiamo di lei infatti è sempre presentato attraverso gli occhi del nipote, quasi ad indicarne linguisticamente e narrativamente la stessa condizione di isolamento.
Quello della nonna è un personaggio complice del ragazzo, che così esordisce nel raccontare indirettamente il proprio rapporto con lei: “Dicevo di andare dagli amici ma in realtà mi nascondevo da nonna Laura. […] Avevamo fatto un patto: lei mi copriva sulla storia degli amici e io non dicevo niente dei Bloody Mary” (Ammaniti, 2010: 28–29), ed è una figura nella quale, come davanti ad uno specchio, Lorenzo ritrova conferma di sé stesso, come possiamo riscontrare nella seguente riflessione: “Perché dovevo andare a scuola? […] Non si poteva vivere diversamente? […] Come mia nonna Laura, che quando era piccola aveva fatto la scuola a casa e le insegnanti andavano da lei” (Ammaniti, 2010: 30).
In tal senso, risulta rilevante l’analisi comparata che Claudia Nissi fa della psicologia di Lorenzo, nel suo adattamento cinematografico, e in particolare di Novecento, protagonista dell’omonimo testo letterario di Alessandro Baricco e del film di Giuseppe Tornatore del 1998 La leggenda del pianista sull’oceano. Novecento è un uomo ormai di mezza età che sceglie di trascorrere tutta la sua vita su una nave dove non gli viene richiesto di interagire con il mondo esterno, dove può proteggersi dalle relazioni e dove, metaforicamente, rimane intrappolato in una crisi adolescenziale che non ha mai superato (Nissi, 2019: 11–12). Nonna Laura e il Lorenzo che si presenta al lettore nella prima parte di Io e te sono come Novecento, imprigionati ciascuno in una fase adolescenziale concentrata sul proprio ego e dalla quale, come vedremo successivamente, solo uno dei due saprà uscire.
Con l’avanzare della narrazione in Io e te, osserviamo che l’egocentrismo del giovane (e pertanto anche il suo isolamento) raggiunge i suoi massimi livelli quando questi si rifugia nella cantina di casa che lui stesso descrive come: “Buia. Accogliente. E dimenticata” (Ammaniti, 2010: 39). Qui, la realtà è continuamente filtrata attraverso una corrispondenza con la fantasia. Un esempio ce lo offre il terzo capitolo del libro (e primo che si articola nel seminterrato) che si apre con la seguente dichiarazione di Lorenzo: Ero un sopravvissuto a una invasione aliena. La razza umana era stata sterminata e solo in pochi erano riusciti a salvarsi nascondendosi nelle cantine, o nei sotterranei dei palazzi. Io ero l’unico ancora vivo a Roma. Por poter uscire dovevo aspettare che gli alieni se ne ritornassero sul loro pianeta. E questo, per una ragione a me ignota, sarebbe avvenuto tra una settimana. (Ammaniti, 2010: 40)
Nelle parole del protagonista, non c'è alcun cenno a una possibile fantasia, questa è la realtà che lui costruisce attorno a sé, che percepisce come veritiera e che, di conseguenza, ci presenta. Lorenzo si rintana completamente nella irrealtà, sappiamo difatti che le sue attività preferite nel bunker sono leggere Le notti di Salem di Stephen King, giocare alla playstation ad un gioco chiamato Soul Reaver ed inventare una realtà parallela da raccontare alla madre come quella che descrive nel messaggio inviatole e che qui riporto: “Mamma siamo in un rifugio in alta montagna. Il cellulare non prende. Ti chiamo domani. Ti voglio bene” (Ammaniti, 2010: 57). In questa narrativa autoindotta, Lorenzo si sente protetto e a suo agio: “La mosca, finalmente, aveva trovato la tana dove essere sé stessa […]” (Ammaniti, 2010: 57), tuttavia sappiamo che anche questa è solo una percezione fittizia del ragazzo, risultato di una incapacità dell’Io di regolare i rapporti tra la realtà interna ed esterna.
In bilico tra finzione e realtà
Ad irrompere nella scena è un personaggio che, a mio avviso, si rivelerà essenziale nella formazione identitaria di Lorenzo. Mi riferisco ad Olivia, sorellastra del protagonista. Inizialmente, il motivo che spinge Olivia a rifugiarsi nello scantinato non è conosciuto. Il lettore, attraverso la descrizione fantasiosa che ne fa Lorenzo, sa solo che la giovane sembra essere ammalata. Ecco alcune affermazioni al riguardo: “Sembrava che fosse stata masticata e sputata via da un mostro che l’avesse trovata amara” (Ammaniti, 2010: 73), o “Aveva la malaria. Come Caravaggio” (Ammaniti, 2010: 78), o ancora “Assomigliava a uno zombi. Uno zombi a cui hanno appena sparato” (Ammaniti, 2010: 80).
Il rapporto con l’ospite inatteso non è idilliaco. È palese come Lorenzo non voglia che Olivia rimanga lì con lui. “La guardavo in silenzio senza sapere che dire. […] Mi sono sdraiato e ho cominciato a leggere ma non riuscivo a concentrarmi. La osservavo da dietro il libro” (Ammaniti, 2010: 70–71), oppure “Ho fatto colazione e mi sono messo a giocare a Soul Reaver. Olivia si è svegliata un’ora dopo. Io ho continuato a giocare ma ogni tanto le gettavo un’occhiata di nascosto” (Ammaniti, 2010: 73), o ancora “Mi sono messo a giocare a Soul Reaver. C’era il solito mostro che non riuscivo a battere. Ogni tanto però non potevo fare a meno di spiarla” (Ammaniti, 2010: 79), sono solo alcuni degli esempi che troviamo nel romanzo dai quali è possibile capire che la ragazza è un continuo richiamo a quella realtà alla quale Lorenzo torna con riluttanza. Tanto il libro come il videogioco costituiscono due elementi essenziali del mondo fittizio di Lorenzo nel quale però quest'ultimo, per colpa della sorella, non riesce a rifugiarsi interamente. Olivia lo ancora alla realtà, o meglio, lo spinge e lo costringe ad uscire dalla sua fantasia. La tana fittizia di Lorenzo ha delle inevitabili falle.
Il risveglio del giovane dal tepore della fantasia avviene dopo una colluttazione con la sorella. “Dentro di me qualcosa si è spezzato. Il gigante che mi teneva contro il suo petto di pietra mi aveva liberato” (Ammaniti, 2010: 85), queste parole segnano il primo passo verso la formazione di quello che ho chiamato il Sé etico. In questa circostanza, Olivia sta davvero male, fa fatica a respirare e non si muove. Lorenzo per la prima volta ha un crudo scontro con la realtà e deve smettere di concentrarsi su sé stesso e fare qualcosa per qualcun’altro: ““Allora che posso fare?” “Mi vuoi aiutare veramente?” Ho fatto segno di sì. […] “Ci penso io. Tu stai qui, io torno presto”” (Ammaniti, 2010: 86–87). Come dimostra il dialogo, Lorenzo, non trovandosi in un ambiente accondiscendente o strettamente legato al suo ego, è costretto ad abbandonare la fantasia camuffata di realtà della quale lui era sempre stato il centro.
A questo punto, risulta rilevante tornare a quanto delineato da Elkind sull’egoismo e mi voglio soffermare in particolare sulla seconda parte del suo ragionamento, quella legata alla risoluzione della condizione egocentrica nell’adolescente: Once the young person sees himself in a more realistic light as a function of having adjusted his imaginary audience to the real one, he can establish true rather than self-interested interpersonal relations. Once relations of mutuality are established and confidences shared, the young person discovers that others have feelings similar to his own and have suffered and been enraptured in the same way. Adolescent egocentrism is thus overcome by a twofold transformation. On the cognitive plane, it is overcome by the gradual differentiation between his own preoccupations and the thoughts of others; while on the plane of affectivity, it is overcome by a gradual integration of the feelings of others with his own emotions. (Elkind, 1967: 1032)
Allo stesso modo, nel romanzo, Lorenzo non posiziona sé stesso e il suo disagio al centro della sua esperienza, ma è genuinamente preoccupato per un’altra persona. Per aiutare la sorella, difatti Lorenzo si mette in primo luogo nei panni della ragazza, capisce che questa sta soffrendo e necessita il suo aiuto. Le sue scelte ora non sono motivate dall’egocentrismo, ma iniziano a gravitare attorno al benessere di una seconda persona. Cominciano a scaturire da una rielaborazione interna di quegli input che arrivano dall’esterno. Da questo momento in poi, il risultato del nuovo equilibrio che si sta formando è una realtà che comprende Olivia, i suoi bisogni, è una realtà che quindi Lorenzo percepisce in relazione con l’latro e che è lontana dalle sfumature fantastiche che in precedenza si imponevano su ogni suo aspetto.
Gli elementi dell’irrealtà legati all’egocentrismo che abbiamo visto fino ad ora vanno mutando per tornare ad essere ciò che sono per natura: storie inventate. Tali elementi fittizi entrano a far parte della narrazione, delle azioni e dei pensieri di Lorenzo come degli strumenti e non come dei filtri. Per la prima volta il protagonista sembra essere consapevole della loro natura e li utilizza come mezzi e stratagemmi per raggiungere ciò che nel livello della realtà gli serve. Un esempio rilevante di tale cambiamento ce lo offre l’intenso dialogo che avviene proprio tra Lorenzo e la nonna nell’ospedale dove il ragazzo è andato per prendere i sonniferi per la sorella e nel quale l’anziana è ricoverata: Dovevo andarmene. Era pericoloso stare lì. […]
Volevo dirle che dovevo scappare, ma non avevo il coraggio. […]
“Nonna io devo andare…” Volevo abbracciarla. Forse era l’ultima volta che lo potevo fare. […]
L’ho stretta piano […]. Mi sono tirato su.
Lei mi ha preso il polso e ha sospirato. “Raccontami qualcosa… Lorenzo. Così non ci penso.”
“Cosa, nonna?”
“Non lo so. Quello che ti pare. Una storia bella.”
“Ma adesso?” Olivia mi stava aspettando.
“Se non ti va, non importa…”
“Ma vera o inventata?”
“Inventata. Portami da un’altra parte.”
Una storia, in effetti, ce l’avevo. Me l’ero inventata una mattina a scuola. Ma le mie storie le tenevo per me, perché se le raccontavo si sciupavano subito come i fiori di campo tagliati e non mi piacevano più. Però questa volta era diverso. (Ammaniti, 2010: 90–92)
L’opposizione tra i due personaggi così come lo scontro tra realtà e finzione qui riportati sono punti focali per apprezzare il processo di trasformazione e differenziazione di Lorenzo rispetto agli adulti che lo circondano e in particolare rispetto alla nonna.
Come già indicato in precedenza, non è il primo episodio in cui la donna sembra avere un comportamento che tende a rafforzare l’irrealtà del nipote, tuttavia, è la prima volta che questi sembra non accomodarsi a tale narrativa. Nel dialogo, infatti, dopo i primi tentennamenti, Lorenzo annuncia finalmente a voce alta che se ne deve andare: “Nonna io devo andare…”. Il giovane sa che non può continuare a stare con lei e, metaforicamente, con quella parte di sé che lo mantiene isolato da tutto e da tutti. A sugellare tale presa di coscienza, arriva infatti anche un abbraccio tra i due, un gesto simbolico di comprensione e di addio.
Dopo tale abbraccio, è in realtà la nonna, ancora intrappolata nella fase adolescenziale, ad avere bisogno di irrealtà, mentre l’esigenza di finzione di Lorenzo inizia a scemare. Alla richiesta della donna di raccontarle una storia, difatti, il ragazzo non può fare altro che pensare: “Olivia mi stava aspettando”. Per la prima volta il giovane rimane ancorato alla realtà e non cerca scappatoie nella fantasia. Allo stesso tempo, non solo sta pensando alla sorella, ma vuole accontentare anche la nonna, vuole offrirle un rifugio, il che da un lato potrebbe significare ancora una certa difficoltà a parte del ragazzo a lasciare il mondo fittizio, tensione tipica di un momento di cambiamento, ma dall’altro indica ulteriormente che l’ego non è più al centro delle sue decisioni e azioni, ma piuttosto lo è la relazionalità.
La successiva domanda che il ragazzo pone alla nonna: “Ma vera o inventata?”, ci dimostra che Lorenzo è finalmente in grado di distinguere tra le due dimensioni, e ci porta ad interpretare l’ultima riflessione che chiude la citazione, vale a dire: “Ma le mie storie le tenevo per me, perché se le raccontavo si sciupavano […] e non mi piacevano più. Però questa volta era diverso”, come un’ulteriore prova che Lorenzo non vive più nella fantasia del suo egocentrismo, ma piuttosto in una nuova fase della sua crescita personale nella quale il soggetto è consapevole che quelle storie da lui inventate devono riconciliarsi con la loro essenza di storie e di strumenti usati per raggiungere un fine escapista come possono essere alleviare il dolore reale di una persona o, fino a quel momento, il disagio di chi sta cambiando e non vuole affrontare l’ignoto che la crescita identitaria comporta.
Una volta recuperati i sonniferi, Lorenzo rientra a casa, o meglio, nella cantina dove Olivia sta ancora dormendo e così descrive la situazione: Per due giorni mia sorella ha continuato a dormire, svegliandosi solo per fare pipì e bere. Io ho rimesso a posto la cantina, ho ammazzato il mostro e ho finito Soul Reaver. Ho attaccato a leggere Le notti di Salem. Leggevo di metamorfosi vampiresche, di case stregate, di ragazzini coraggiosi capaci di affrontare i vampiri e lo sguardo mi finiva su mia sorella […]. (Ammaniti, 2010: 103)
Nonostante la narrazione non ci presenti uno scenario differente (Lorenzo, infatti, continua a giocare alla play-station e a leggere libri di finzione), dal frammento qui riportato ci rendiamo conto che qualcosa è cambiato nella percezione del giovane. Lorenzo non sta confondendo la realtà con la fantasia e non si sta occultando dietro una realtà fittizia, ma usa la finzione come una metafora, come una spiegazione della realtà che in ultima istanza lo aiuta ad accettarla. Come lo stesso Elkind ricorda: “As children grow older and their intellectual abilities mature, they progressively construct a series of realities that move ever closer to the reality of adults” (Elkind, 1976: 168), e Lorenzo sta maturando. Ha metaforicamente ucciso il mostro e concluso il gioco, mettendo così per la prima volta una sorta di limite alla finzione e, in un parallelismo con i ragazzini del libro, riconosce il proprio coraggio nell’affrontare le difficoltà che la realtà gli ha presentato.
Un altro esempio di tale rigenerazione ce lo offre la scena della telefonata con la madre che avviene alla vigilia del presunto rientro dalla gita: “Mia madre mi ha chiamato. “Allora, come va?” “Tutto bene.” […] “E oggi che fate?” “Sciamo. Lo sai chi ho incontrato in Tofana?” “No.” Ho guardato mia sorella. “Olivia.” […] “Ma tu, mamma, le vuoi bene?”” (Ammaniti, 2010: 103–104). Nonostante Lorenzo risponda alla telefonata sostenendo la stessa bugia del principio, è possibile individuare un elemento che rinforza positivamente la tesi del cambiamento di Lorenzo. Nella storia raccontata al genitore, il ragazzo introduce un elemento reale, la sorella, per la quale nutre un sincero affetto, tanto da indagare anche i sentimenti che la madre prova per la giovane.
Realtà e soggetto
La trasformazione di Lorenzo consiste nella transizione dall’essere ego all’essere soggetto. Lo psicologo e psicanalista Michele Minolli descrive l’Io-soggetto nella seguente maniera: “Sistema dinamico non lineare (…) caratterizzato da sensibilità alle condizioni iniziali, incertezza sulle possibili deviazioni e apertura ad ogni direzione”. Un sistema cioè che ha la potenzialità di coniugare “il nuovo e il creativo”, ma anche “il disorganizzante e il distruttivo” al fine di mantenere una propria “unità e coerenza”. Un sistema, inoltre, dotato di “continuità nel tempo”. Non già una continuità “dotata di stabilità” acquisita una volta per tutte, ma “continuità” come gestione attiva di un continuo “flusso di input e output”. (Minolli, 2005: 2)
Dalle parole dello studioso capiamo che l’Io-soggetto è il riassunto, in continuo divenire, dell’incontro e rielaborazione di stimoli ad esso interni ed esterni. In sostanza, si tratta del frutto delle interazioni di un sistema aperto a dare e ricevere. Minolli arricchisce ulteriormente il concetto con le seguenti parole: Lo psichico nasce e si configura nell’interazione. Un’interazione che comprende l’ambiente familiare, sociale e culturale, ma anche, allo stesso livello d’interattività, il bambino, l’adulto, l’Io-soggetto. Un’interazione pensata come incidenza reciproca dei dati in gioco, ognuno con il proprio bagaglio esperienziale e soggettivo. La matrice relazionale altro non è se non questo gioco raffinato e sottile di input reciproci. (Minolli, 2004: 3)
Possiamo dunque affermare che l’identità è completa e in grado di affrontare la realtà quando la psiche, nel cui centro ricordiamo vi è il Sé, nasce dall’interazione e si forma nel riconoscimento da parte dell’Io del continuo dialogo tra quello che ci offre l’ambiente esterno e ciò che forma parte di noi. Poiché il Sé ha la funzione di autodefinirci, questo dota l’individuo di un nucleo etico e di una personalità etica. L’abbandono dell’Io-ego e lo sviluppo dell’Io-soggetto portano pertanto alla formazione di un Sé etico.
La parola “etica” deriva etimologicamente dal greco ethos e significa “modo di essere”, “temperamento” o “carattere”, vale a dire ciò che le persone fanno e che ne definisce l’essere. L’etica con il tempo ha assunto l’accezione di riflessione filosofica sulla morale, vale a dire sull’insieme di norme che configurano una dottrina morale concreta. Tuttavia, nell’era contemporanea, come descrivono Anita Gramigna e Fernando Sancén Contreras: L’etica si occupa prettamente dell’agire umano. Il suo scopo consiste nello stabilire i principi universali che spiegano tale agire. Poiché è in relazione, non solo fra i componenti della società, ma con tutto il mondo vivente e non, l’etica ha a che vedere, a partire dal concreto agire individuale, con l’universalità dell’essere e, pertanto, assume una dimensione ontologica. […] Questa spirale, che scorre fra la costituzione dell’individuo (ontologia) e la sua azione (etica), riflette fedelmente il dinamismo proprio dell’etica. (Gramigna e Sancén Contreras, 2011: 61)
Se consideriamo l’etica come il campo che si occupa dei principi che regolano l’azione umana individuale e che tale agire non può esistere se non in relazione con ciò che circonda l’individuo, solo l’Io-soggetto abbandona le caratteristiche egocentriche e assume consapevolezza delle proprie azioni individuali in relazione con l’universale.
In Io e te, dunque, il momento della metamorfosi completa di Lorenzo avviene quando la trasformazione ontologica lo porta a diventare un Io capace di accettare la realtà delle relazioni e di costruirne di nuove. Pertanto, se narrativamente parlando tale evoluzione viene sottolineata con la tensione tra realtà e finzione, nel momento del raggiungimento completo della formazione identitaria, l’egocentrismo e la finzione spariscono completamente per lasciare posto alla relazionalità e alla realtà e, di conseguenza, ad un Sé etico.
Troviamo l'apice di tale cambiamento nella parte finale del libro, quando Olivia si risveglia dal suo sonno ristoratore, sembra stare meglio e con Lorenzo festeggia l'ultima notte assieme. Tra i canti e i balli della serata riaffiora un ricordo d’infanzia. Olivia si sofferma su un episodio di quando lei e Lorenzo erano bambini in vacanza a Capri col padre. In particolare, la ragazza racconta a Lorenzo di quando il padre, su consiglio di un marinaio locale, lo aveva buttato in mare aperto senza braccioli né salvagente per insegnargli a nuotare. Lorenzo, in quell’occasione, era riuscito a raggiungere la scaletta della barca, ma era rimasto così traumatizzato dall’accaduto da correre in cabina e, tutto tremante, addormentarsi nella cuccetta. È qui che troviamo una delle sequenze dialogiche più salienti ai fini dell’analisi qui proposta nella quale Lorenzo vuole sapere quale fosse stata a suo tempo la reazione della sorella: “E tu… tu che hai fatto?”
“Io mi sono messa accanto a te. Poi il motore è partito. E io e te siamo rimasti in cabina con l’odore della sentina e tutto che vibrava e sbatteva.”
“Io e te?”
“Sì.” Ha fatto un tiro dalla sigaretta. “Io e te.” (Ammaniti, 2010: 108)
Chiaro è il richiamo al titolo dell’opera Io e te. Lorenzo appare genuinamente interessato alla relazione con la sorella e alla reazione che questa aveva avuto e lo dimostra innanzitutto chiedendo: “E tu… tu che hai fatto?” e, subito dopo, nel formulare la speranzosa ed incerta domanda: “Io e te?”. Se fino ad ora abbiamo potuto osservare la forte presenza nel paradigma dell’Io in quanto ego, ora lo vediamo in esplicita relazione con il “tu”, ed è possibile vederlo sotto tale luce perché Lorenzo per primo inizia a considerare tale rapporto possibile.
Quello dell’“Io e te” è un leitmotiv che si ripete nella pagina successiva quando Olivia balla e canta sulle note di una canzone di Marcella Bella e coinvolge Lorenzo, il quale narra: “Mi ha afferrato le mani e guardandomi con quegli occhi liquidi mi ha tirato verso di lei. “Il mio destino è di stare accanto a te, con te vicino più paura non avrò, e un po’ bambina tornerò”” (Ammaniti, 2010: 108) e così risponde alla nuova dinamica: Ho sbuffato e vergognandomi ho cominciato a ballare. Ecco la cosa che odiavo di più. Ballare. Ma quella sera invece ho ballato e mentre ballavo una sensazione nuova, di essere vivo, mi toglieva il fiato. Tra poche ore sarei uscito da quella cantina. E sarebbe stato di nuovo tutto uguale. Eppure sapevo che oltre quella porta c’era il mondo che mi aspettava e io potevo parlare con gli altri come fossi uno di loro. Decidere di fare le cose e farle. Potevo partire. Potevo andare in collegio. Potevo cambiare i mobili della mia stanza. (Ammaniti, 2010: 109)
Il giovane accetta il cambiamento, lo capisce, non ne è spaventato ed è pronto a lasciare il luogo nel quale si è nascosto metaforicamente e fisicamente. La serata, infatti, si conclude significativamente con una confessione e una richiesta da parte di Lorenzo: “Senti ti devo dire una cosa… Io ho detto che andavo a sciare a Cortina perché ho fatto un casino. Ero a scuola e ho sentito i miei compagni di classe che andavano a sciare. […] sono tornato a casa e ho detto a mamma che pure io ero stato invitato. […] Sai una cosa? Da quel giorno ho continuato a cercare di capire perché le avevo detto quella bugia.”
“E lo hai capito?”
“Sì, perché ci volevo andare. Perché volevo sciare con loro, io sono bravo a sciare. Perché volevo fargli vedere le piste segrete. E perché non ho amici… E volevo essere uno di loro.”
Ho sentito che si alzava.
“Fammi spazio.” Mi sono spostato e lei mi si è sdraiata accanto e mi ha abbracciato forte. […] “Olivia, mi fai una promessa?”
“Cosa?”
“Che non ti droghi più. Mai più.”
[…] “E tu scemo mi prometti che ci rivedremo?”
“Te lo prometto.” (Ammaniti, 2010: 111–12)
Per la prima volta Lorenzo, riconosce la sua realtà, confessa la bugia che ha dato inizio alla sua avventura nello scantinato e la condivide proprio con Olivia. Tale confessione viene accompagnata da altri due momenti di lucida connessione con la realtà e di relazionalità. Da una parte, il giovane ammette per la prima volta ad alta voce che ha bisogno degli altri, che vuole il contatto con gli altri e che è pronto a cambiare: “Sì, perché ci volevo andare. Perché volevo sciare con loro, io sono bravo a sciare. Perché volevo fargli vedere le piste segrete. E perché non ho amici… E volevo essere uno di loro” e, dall’altra, riconosce a voce alta la situazione della sorella che fino a quel momento era solo stata descritta evasivamente o attraverso eufemismi e descrizioni fittizie, e si preoccupa per lei: “Olivia, mi fai una promessa? […] Che non ti droghi più. Mai più”. È esattamente in quest’ultima conversazione con la sorella che si racchiude la prova della trasformazione completa di Lorenzo da Io-ego ad Io-soggetto e di conseguenza la piena realizzazione etica del Sé. Una rigenerazione nella quale la tensione tra realtà e finzione è ormai arrivata alla sua dissoluzione, poiché se vivere nella fantasia è confortevole dato che avviene a partire dalle necessità di protezione dell’ego, è vivere nella realtà che stimola un Sé consapevole ed etico perché avviene in relazione con l’altro.
Footnotes
1.
Di fatto appare unicamente nell'articolo
intitolato “Le principali caratteristiche dell'italiano neo-standard in due romanza italiani contemporanei (aspetto morfologico)”. In questo studio, i due ricercatori analizzano, a livello morfologico, le caratteristiche dell'italiano neo-standard usando come corpus un romanzo di Ammaniti, per l'appunto Io e te, ed Esco a fare due passi di Fabio Volo.
