Abstract
Il saggio Serena Cruz o la vera giustizia (1990) di Natalia Ginzburg rappresenta per molti aspetti un lascito morale e un testamento intellettuale dell’autrice. Intervenendo nel vivo di un caso di cronaca giudiziaria che divise l’opinione pubblica nazionale, Ginzburg vi porta la propria inconfondibile “voce” saggistica. Il caso giuridico diviene lacerante dilemma etico, l’occasione per definire pubblicamente e “dal basso” un proprio concetto di giustizia.
L’intervento ripercorre da vicino il saggio di Ginzburg, rilevando in esso (anche attraverso il costante riferimento all’intera produzione saggistica della scrittrice e un’adeguata contestualizzazione storica) i nodi di una riflessione civile che esorbita dalla contingenza e s’interroga sulla natura e la funzione della legge, sul ruolo della magistratura e delle altre istituzioni statuali nella vita e nelle scelte degli individui, sul senso di valori non negoziabili.
La controversa adozione di una bambina offre inoltre all’autrice l’occasione per toccare alcuni temi cari alla propria narrativa (l’infanzia, la famiglia) e per richiamare, implicitamente, la sua stessa poetica, mostrandocela come strettamente connessa alla propria intima concezione del mondo.
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