Abstract
Il presente articolo offre una lettura analitica del De interpretatione recta di Bruni, soffermandosi su quegli aspetti peculiari del testo che lo rendono il primo manuale di traduzione apparso in Occidente dopo le riflessioni di San Girolamo. Nel primo trentennio del Quattrocento, l'umanista aretino Leonardo Bruni compone questo trattato, e lo fa con una duplice finalità: se infatti l'opera, prima nel suo genere, codifica i canoni da seguire nel tradurre testi antichi, dall'altro essa mira a far tacere le aspre critiche di cui l'intellettuale era stato fatto oggetto per le sue traduzioni latine di Aristotele. Il tono di un tale sdegno certo non colpisce se calato nella temperie culturale del primo umanesimo fiorentino, ma appare talmente marcato da limitare il potenziale innovativo dell'opera del Bruni.
Soppesando debitamente meriti e limiti del trattato bruniano, questo articolo si propone di sottolineare la centralità del De interpretatione recta sia come manifesto intellettuale umanista che come opera pionieristica della grande filologia quattrocentesca italiana.
Keywords
Get full access to this article
View all access options for this article.
