Abstract
L’attività degli sceneggiatori è raramente sottoposta a un’analisi mirante a individuarne un profilo “autoriale” che, come viene abitualmente fatto per i registi, ne metta in luce stilemi ricorrenti e interessi tematici. L’articolo si propone di esaminare l'attività di sceneggiatore di Vincenzo Talarico. II tratto caratteristico di questo giornalista e scrittore è identificato nel contrasto fra l’attrazione per la retorica e l’atteggiamento sarcastico nei confronti della retorica, e quindi nella volontà di demolire con l'ironia le maschere pubbliche che coprono i vizi privati degli individui. Tale contrasto può essere sintetizzato da un lato dalle sue comparse, in qualità di interprete, in vari film nei quali si è calato nella parte di un avvocato dall’eloquio ampolloso e dai gesti enfatici, e dall’altro nella frequente presenza, nei film da lui sceneggiati, di scene in cui un discorso celebrativo e retorico viene continuamente interrotto, oppure contrappuntato da commenti sarcastici. Talarico, che Indro Montanelli definisce “specializzato nell’arte di mormorare”, ha spesso collaborato alla scrittura di film in cui venivano prese di mira le pose monumentali del fascismo. Anche nelle opere “di genere” (film comici, melodrammi) a cui ha collaborato si ravvisa la presenza di simili contrappunti. I film a cui ha partecipato prevedono spesso lo smascheramento di personaggio dotati di una doppia faccia. L'articolo esamina dettagliatamente le collaborazioni cinematografiche di Talarico, mettendole a confronto con alcuni testi letterari dello stesso autore (in particolare, le pagine su Tersite nel testo Pasquino insanguinato forniscono una guida per la lettura del suo percorso). L’articolo – che prende in esame anche alcuni testi inediti – intende quindi contribuire a far emergere legami tra film che gli approcci tradizionali, incentrati sul regista o sui generi, tendono a lasciare in ombra.
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