Abstract
L’avanguardia è stata spesso descritta come un’alleanza di scrittori, artisti e teorici accomunati dal desiderio di contravvenire le regole della cultura dominante: una cultura concepita come antagonistica. Tuttavia, se si osserva la storia delle avanguardie soffermandoci su casi specifici – qui soprattutto Lacerba e L’Italia futurista – possiamo renderci conto che tali alleanze non furono sempre pacifiche. Nell’ambito di uno stesso contingente certe direttive spesso assunsero accenti diversi e provocarono la formazione di sottogruppi. Fra i tratti che contraddistinsero il futurismo toscano vi furono il comune intento di rinnovare la tradizione e l’italianità, e anche il disprezzo nei confronti di ciò che era concepito “altro” dal gruppo. L’ “altro” era costituito dai nemici della nazione, dai borghesi passatisti e dalle donne e uomini con un lato femminile “troppo” sviluppato, e per questo concepiti come “deboli” e “inferiori”. Da un lato, i motivi che sottesero la formazione del futurismo toscano si riconducono a un rifiuto della vecchia autorità culturale. Dall’altro lato, però, tali motivi non escludono il recupero di alcuni elementi tradizionali in chiave utopica – e questo al fine di celare un’ambivalenza verso quello che molti percepivano come l’inquietante avanzare della diversità nella società italiana primonovecentesca.
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