Abstract
Nell’ambito del passaggio, nel corso del XIX secolo, dall’estetica del tragico e del bello a un’estetica del grottesco e del brutto, Giuseppe Verdi è un importante rappresentante e promotore di quest’ultima. Dal Rigoletto al Falstaff, dai Masnadieri alla Traviata, l’estetica del brutto domina a quasi tutti i livelli nelle sue diverse modalità. C’è un brutto psicologico che inerisce all’insistita morbosità dei personaggi (a volte accompagnata, come in Rigoletto, da deformità fisica), all'irrazionalità, crudeltà o dismisura delle loro azioni e passioni. C’è il brutto di un urgente realismo sociale, visibile nell’attenzione rivolta a emarginati e reietti, colti nel loro sottomondo, oppure alla banalità di situazioni piccolo-borghesi, e in generale allo squallore della morte (drastico correttivo alla “bella” morte privilegiata nel secolo precedente). Stilisticamente, alla categoria del brutto appartengono la trasgressione dei generi (per esempio la compresenza di comico e tragico), l’alternanza di registri alti e bassi, e la promiscuità degli stili (del volgare e del sublime, del terribile e dell’ironico) – tutti elementi costanti nell’opera verdiana. Lungi dall’essere gratuito esercizio o esaltazione fine a sé stessa, la frequentazione del brutto è in Verdi sempre funzionale alla verità del dramma – al perseguimento della quale egli non esita a sacrificare i tradizionali ideali di bellezza, decoro e armonia.
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