Abstract
Il saggio si occupa di Senso, una delle opere cruciali della filmografia di Luchino Visconti. Il suo obbiettivo è mettere in rilievo come il ricorso alla tradizione estetica (teatrale, musicale, figurativa) sia il principale strumento utilizzato dall’autore per sostenere una posizione storiografica e politica: un assunto ben consolidato, eppure ancora meritevole di attenzione ermeneutica. Il processo di adattamento, nel caso di Senso, salda infatti due operazioni: la piena restaurazione di un immaginario melodrammatico e la ricostruzione del contesto storico, rivisto gramscianamente in prospettiva attualizzante. Del melodramma ottocentesco, oltre che un consistente apparato tematico, Visconti recupera infatti sulla scorta di Gramsci anche la rilevante funzione pubblica e identitaria, con evidenti allusioni alle dinamiche politiche della contemporaneità. È soprattutto l’inserimento nella parte iniziale del film di una consistente sezione del Trovatore verdiano a mettere in rilievo le linee guida della strategia ermeneutica perseguita nell’adattamento. Proprio ricorrendo a Verdi, Visconti intende infatti mettere in luce il carattere semplificatorio che segna la retorica di un Risorgimento visto come percorso idealizzato e unitario di sacrificio e liberazione, rimuovendone dinamiche conflittuali e interessi di classe capaci di condizionare, nei fatti, l’intero percorso di liberazione nazionale.
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