Abstract
Quattro frammenti estratti da interventi tenuti dall’autrice in varie occasioni (tra cui una lezione alla scuola di Testaccio), e poi registrati e trascritti, offrono, in uno stile mantenuto opportunamente “orale”, una penetrante analisi dei canti popolari ancora vivi nell’Italia meridionale. “L’estetica del canto contadino” illustra alcune delle radicali differenze della musica popolare rispetto a quella accademica: tra esse, l’assenza di un ritmo mensurale (la battuta), l’improvvisazione, l’inscindibilità del canto dalla sua originaria funzione rituale. Ne “La voce degli invisibili”, l’autrice racconta il suo periodico viaggio-ricerca a Montedoro, in Sicilia, per osservarne e studiarne i tradizionali cantori. Pur minacciato dall’erosione del contesto etico-sociale che lo motivava, il canto popolare è mantenuto in vita dall’interesse di molti giovani che, dopo aver ottenuto un’educazione musicale accademica, ritornano al loro paese per prenderne parte. Il terzo frammento – un’intervista all’autrice – spiega come gli avvenimenti della storia italiana di Ottocento e Novecento sopravvivono nell’affabulazione dei canti popolari. In “Una piccola spiegazione a me utile” l’autrice argomenta che la musica contadina è conservatrice nella forma, in quanto indissolubilmente legata alle sue funzioni primordiali, ma rivoluzionaria per la sua semplice esistenza, in quanto portatrice della “scomoda” voce degli umili, da sempre sdegnata dalla cultura dominante e osteggiata dal potere.
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