Abstract
Nel corso del Settecento, il teatro musicale europeo, in cerca di nuovi orizzonti tematici, si apre all’Oriente. Sui palcoscenici d’Europa compaiono melodrammi dai titoli esplicitamente esotici: Le Cinesi, L’Eroe Cinese, L’Orfano Cinese ecc. Quanto c’è di genuinamente orientale in queste opere? L’analisi condotta sui libretti dell’epoca mostra inequivocabilmente come gli ideali illuministi rimangano, per quanto concerne il teatro in musica, soltanto dei buoni propositi. La conoscenza dell’altro, infatti, non va oltre le evidenze esterne del vivere e non mira a un’effettiva interpretazione antropologica. L’esotismo è relegato alle scenografie e ai costumi, elementi immediatamente percettibili che permettono quindi al pubblico di godere subito della “varietà dilettevole” offerta da tali opere; è soltanto nella cura dell’allestimento che si ricorre alla consultazione di appositi volumi, in cerca di una maggiore verosimiglianza. La musica propria dell’Oriente rimane “inascoltata”, schiacciata dalla sbrigativa prassi di rappresentare attraverso la musica europea un carattere attribuito ai cinesi. Se ne deduce che quello portato sulla scena musicale europea settecentesca è un Oriente favolistico, privo di qualsiasi consistenza storica effettiva. Una semplice vernice esotizzante ricopre personaggi e intrecci drammaturgici lasciandoli del tutto invariati.
Get full access to this article
View all access options for this article.
