Abstract
Il saggio investiga la rappresentazione del mostro nel teatro italiano del Seicento, e interpreta come in diversi casi la presenza di questa figura in scena serva a creare un riferimento metateatrale all’opera medesima nella quale il mostro viene inserito. In tal senso, personaggi di mostri in parte umani e in parte animali all’interno di opere teatrali di genere misto assumono il valore di emblema scenico della natura ibrida del testo. E se l’idea di impiegare un mostro per simboleggiare il lavoro artistico “misto” si può rintracciare già in Aristotele e Orazio, gli autori moderni che ricorrono a questo espediente dimostrano sia conoscenza della tradizione letteraria antica, sia un desiderio di innovare rispetto a essa. Il caso più indicativo di tale tendenza viene identificato ne La centaura di Giovan Battista Andreini, che ha tra i protagonisti appunto una centaura, e che nel primo atto è una commedia, nel secondo atto una pastorale, e nel terzo atto una tragedia. Esempi ulteriori provengono da altre opere di Andreini, come anche da lavori di Giovanni Battista Leoni, Margherita Costa, Giulio Strozzi, e Giovanni Briccio.
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