Abstract
L’influsso dantesco sull’opera letteraria di James Joyce è stato ampliamente evidenziato da numerosi studi critici degli ultimi decenni. In particolar modo, gli approfondimenti di Howard Helsinger, Joseph Campbell e Mary T Reynolds mostrano una costante affinità sia strutturale sia tematica nell’orbita compositiva dell’opus letterario dei due scrittori. Eppure, ritengo che non sia ancora stata messa in luce una caratteristica comune fondamentale per la piena comprensione dell’evoluzione della poetica di Dante e di Joyce: il passaggio dei protagonisti delle rispettive opere giovanili, la Vita nuova (1295) e A Portrait of the Artist as a Young Man (1916), attraverso una cruciale fase di “estraniamento”. Il mio saggio si ripropone di colmare questa lacuna analizzando l’estraniamento e l’ineffabilità – i tratti principali che legano le vicissitudini dei protagonisti delle opere in questione e dei loro rispettivi autori – attraverso l’artificio retorico che ho deciso di chiamare “abjective correlative”, coniugando le istanze moderniste esposte da TS Eliot nella raccolta di saggi The Sacred Wood (1920) con la teoria della abjection postulata da Julia Kristeva in Powers of Horror: An Essay on Abjection (1982). Inoltre, nella seconda parte del saggio intendo indagare se e in quali termini le suddette opere possano essere ascritte entro il genere autobiografico, avvalendomi degli studi critici di Sidonie Smith e Julia Watson del 2010, oltre alle conclusioni di Michael Ryan nel saggio “Self-De(con)struction” del 1976.
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