Abstract
Nella valutazione clinica o radiologica della patologia spinale risulta evidente una considerazione: la diagnosi, e specificamente l'imaging, è quasi sempre indirizzata a definire la lesione in quanto focale. Non vi alcun dubbio che questa finalità diagnostica è corretta, ma è altrettanto evidente che in sé è del tutto inadeguata e potremmo definirla persino erronea nella sua incompletezza. Questa “filosofia” infatti conduce a valutazioni riduttive che precludono la comprensione stessa della funzione rachidea e di fatto viene esclusa la cognizione dei meccanismi patologici spinali.
Il rachide non è un insieme di singoli segmenti indipendenti ma è una catena funzionale strettamente integrata, in cui la disfunzione di una parte, come un improprio assetto, si può tradurre in una lesione focale, come un'ernia del disco. D'altro canto una lesione focale innesca una cascata patologica che successivamente investe ampi segmenti spinali. Non solo, ma la funzione “fisiologica” del rachide dipende dalla funzione “fisiologica” pelvico-femorale ed ovviamente dal Sistemo Nervoso e Muscolare. Nel controllo delle forze esercitate sul rachide intervengono poi i meccanismi di controllo della cassa toracica e della cintura muscolare dorso-lombare. E' evidente pertanto che la “diagnosi” deve appropriarsi di questa fondamentale nozione e non può prescindere dalla conoscenza dei meccanismi alla base della funzione spinale e cioè della biomeccanica spinale. Questa scienza da pochi decenni ha mosso i suoi passi e anche se la strada percorsa non è breve, è evidente che è insufficientemente conosciuta, ed è ancor meno applicata.
Gli attuali mezzi di immaging diagnostico e le possibilità di trattamento chirurgico sempre più innovative, si può dire troppo e persino tumultuose, hanno improvvisamente aperto straordinari orizzonti nella cura della patologia rachidea. Questa è ormai una delle principali cause di inabilità nel mondo occidentale ed ha un impatto socio-economico tra i più elevati. Nasce forte l'esigenza di ricondurre in un alveo più scientificamente disciplinato e culturalmente più condiviso le numerose ed eccessive proposte. Sorprende infatti l'approssimazione clinica e diagnostica che molto spesso è evidente in questo ambito. Un capitolo a parte, spesso non meno sconcertante, è la terapia chirurgica. Si assiste infatti all'uso di tecniche o di mezzi chirurgici (placche, viti, protesi varie, ecc.) applicate senza il necessario supporto di conoscenze biomeccaniche. Non solo, ma l'innovazione tecnologica non procede di pari passo con l'approfondimento delle conoscenze di base del funzionamento rachideo. C‘è una evidente divaricazione tra tecnologie applicate e conoscenza dei meccanismi di base spinali. Le prevedibili conclusioni sono l'espansione della patologia iatrogena spinale. L'esigenza di un maggiore rigore scientifico si scontra con l'arduo compito di comprendere la biomeccanica rachidea, scienza particolarmente complessa perché convergenza di funzioni e di organi molto diversi. Per questo motivo è necessaria anche la convergenza di diversi specialisti. Il Radiologo in questo contesto diventa un fondamentale punto di riferimento perché l'immaging è il nesso tra la clinica, la diagnosi e la terapia. Il Radiologo deve interpretare la lesione, riconoscere l'eziologia nella valutazione del “sistema biomeccanico”, deve meglio comprendere l'impatto ed il risultato terapeutico chirurgico o riabilitativo che sia. Con l'ausilio degli altri specialisti dovrebbe diventare l'interprete della lesione ed il distaccato ma attento controllore dei risultati osservati all'imaging. Il trattamento chirurgico delle lesioni spinali presenta una impietosa realtà: è evidentemente e incontestabilmente radiologicamente verificabile, non solo nella indicazione ma anche nella tecnica usata. I possibili errori presentano, ahimè, una “inopportuna evidenza”. Ma non si può negare che ancor oggi non solo la diagnosi, ma la tecnica stessa diagnostica radiologica è spesso del tutto inadeguata e tradisce in modo altrettanto impietoso e palese l'ignoranza di elementari principi biomeccanici. Il Radiologo deve essere un collaboratore attento e partecipe nella diagnosi del Chirurgo ma anche un accorto ed onesto valutatele dei risultati. A questo scopo deve però possedere il necessario bagaglio di conoscenze delle tecniche e proposte chirurgiche, oltre che ovviamente biomeccaniche. In questa “verifica dialettica” tra Radiologo e Chirurgo lo standard e la qualità del trattamento ne ricaverebbero un notevole giovamento. Argomenti problematici e complessi, compiti per tutti molto ardui, ma non di meno necessari. La definizione di questo lavoro, che è stato suddiviso in varie parti, come “Presupposti di Biomeccanica Rachidea” indica la complessità di questi problemi. E’ un semplice punto di partenza attorno alla biomeccanica ed alle sue problematiche, dopo decenni di impegno in questo campo e di esperienze maturate in centinaia di casi. Questi “Presupposti” vorrebbero costituire un riferimento “più scientifico” ai problemi delle funzioni rachidee e del loro trattamento. Per concludere l'Autore si augura che il lavoro possa essere per tutti coloro che esercitano con passione impegni così ardui, un momento di riflessione, ma soprattutto di critica e di motivazione. Il desiderio più sentito è che stimoli quel particolare ed appagante piacere che nasce dal comprendere più compiutamente problemi tanto complessi e da queste valutazioni si intuiscano nuove soluzioni e si realizzino strategie diagnostiche e chirurgiche più logiche ed efficaci.
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