Abstract
L’articolo indaga le forme del disaccordo nei commenti alle pagine Facebook di quattro politici svizzeri di lingua italiana, concentrandosi sugli indicatori della reattività verso uno o più turni precedenti. Il contesto comunicativo in esame impone di operare una distinzione preliminare, fondata sulla selezione di un target singolare o plurale per la mossa di disaccordo. Le due opzioni manifestano diversi intrecci tra l’uso di indicatori tecnici largamente mediospecifici, come la menzione e il formato grafico del testo, e l’uso di indicatori linguistici di carattere più generico, come nomi propri e pronomi allocutivi. Il disaccordo rivolto verso un target singolare si rivela nettamente più frequente e in gran parte determinato dalla facilità di accesso all’opzione “Rispondi”, che consente all’utente di costruire in maniera immediata un legame dialogico con un precedente turno conversazionale. Il disaccordo verso un target plurale, molto più raro, dipende dall’uso di specifici indicatori linguistici di pluralità, che producono un riassestamento del participation framework disegnato dall’interfaccia di Facebook. Nel complesso, l’analisi conferma la necessità – ormai riconosciuta dalla maggior parte degli studi – di andare oltre una valutazione onnicomprensiva della lingua del web, e di restringere il fuoco su singoli ambienti comunicativi della rete con attenzione alle loro specificità.
Introduzione 1
Il quadro teorico: disaccordo (offline e online) e reattività
Il concetto di disaccordo è al centro di una vasta letteratura pragmatico-linguistica, che a partire dagli anni Ottanta del Novecento ha affrontato la tematica da diverse prospettive. Ormai classici sono gli studi di Levinson (1983) e Pomerantz (1984), ancorati al quadro teorico dell’analisi conversazionale, che hanno messo in evidenza lo stretto legame tra il disaccordo e la nozione di preferenza: il disaccordo è una valutazione che verte sull’oggetto di una valutazione precedente e che si configura, nella maggior parte dei contesti conversazionali, come azione non preferita (dispreferred) rispetto all’accordo, per motivi connessi alla tutela della faccia positiva dell’interlocutore e del buon andamento sociale della conversazione (si vedano in proposito Leech, 1983 e Brown e Levinson, 1987). Il carattere non preferito del disaccordo rispetto all’accordo determina solitamente una maggiore pesantezza linguistica della mossa conversazionale, che tende ad essere accompagnata da esitazioni, segnali discorsivi, mosse collaterali di giustificazione ecc.
Gli studi socio-pragmatici 2 , a partire da Tannen (1981) e Schiffrin (1984), hanno modulato secondo diversi punti di vista la teoria del disaccordo tracciata dai conversazionalisti, mettendo in evidenza che il contesto socio-culturale in cui il disaccordo è prodotto ha un ruolo cruciale nel determinare il carattere preferito o non preferito della mossa: vi sono contesti in cui il disaccordo perde completamente il carattere socialmente disturbante che ha nella conversazione ordinaria, per assumere un ruolo di evidenziazione dell’intimità e di rafforzamento della relazione sociale tra gli interagenti. A partire da queste osservazioni, la ricerca pragmatica si è mossa in direzione di un’analisi puntuale delle forme e delle funzioni del disaccordo nei molteplici contesti comunicativi in cui esso si presenta, non solo nella conversazione faccia a faccia ma anche, ben presto, in quella mediata elettronicamente, cercando di evidenziarne affinità e differenze rispetto al parlato standard.
La strada delle indagini sul disaccordo online è stata tracciata dal contributo pionieristico di Baym (1996), che esamina un gruppo di discussione della rete Usenet dedicato alle soap operas mettendone in evidenza alcune caratteristiche peculiari: ad esempio, la presenza sistematica del quoting nella forma di una ripresa letterale della valutazione verso cui si esprime disaccordo, resa possibile dalle proprietà tecniche della piattaforma che ospita la discussione. 3 Un aspetto centrale messo a fuoco da numerosi studi, condotti secondo diverse prospettive teoriche e metodologiche (cfr. Angouri e Tseliga, 2010, Kleinke, 2010; Gheno, 2017; Mastroianni, 2017; Ferrari e Pecorari, 2020), risiede nel carattere tendenzialmente diretto, non mitigato, che il disaccordo assume in rete: l’assenza di compresenza fisica tra gli interagenti determina una distanza psicosociale e affettiva maggiore rispetto alla conversazione ordinaria, che si riflette nell’adozione di strategie comunicative poco rispettose della faccia altrui. 4
Il disaccordo online si sviluppa in un contesto sociocomunicativo più complesso rispetto al disaccordo nella conversazione faccia a faccia. 5 Come evidenziato da Langlotz e Locher (2012) in riferimento a un quotidiano online (ma il discorso può facilmente essere esteso ad altri ambienti comunicativi), le discussioni in rete prevedono che un interagente possa esprimere disaccordo verso almeno quattro targets alternativi: il protagonista del testo di partenza, l’autore del testo di partenza, aspetti generali del mondo evocati dal testo di partenza, o un altro commentatore. La scelta del target del disaccordo determina, almeno in parte, l’adozione di strategie linguistiche e comunicative diverse, come si è osservato ad esempio in relazione all’alternativa tra disaccordo argomentato e non argomentato su Facebook, rispettivamente privilegiati quando ci si rivolge all’autore del post o ad altri commentatori (Ferrari e Pecorari, 2020).
Un aspetto ancora relativamente trascurato nell’analisi del disaccordo in rete è costituito da quella che, nella letteratura internazionale, è chiamata responsiveness: con questa etichetta, che si propone di tradurre in italiano con “reattività”, è colto il carattere dialogico dei turni conversazionali che rispondono a uno o più turni precedenti, selezionando il proprio interlocutore effettivo (o i propri interlocutori effettivi) in un contesto che presenta un alto numero di interlocutori potenziali. La presenza nei testi digitali di indicatori deputati a segnalare la reattività di un turno conversazionale è una conseguenza dell’alto grado di interattività che caratterizza la comunicazione in rete (cfr. Fiorentino, 2018) 6 e del fatto che, quando più utenti sono coinvolti nello scambio, una selezione trasparente dell’interlocutore è fondamentale per garantire la coerenza del testo. La reattività è in particolare un tratto notevole della mossa di disaccordo, che merita di essere studiato con attenzione, se si considera che il disaccordo è una mossa comunicativa inerentemente reattiva nei confronti di un’opinione espressa in precedenza da un altro interagente (un second assessment, nei termini di Pomerantz (1984)). 7 Tra i pochi studi che abbiano focalizzato questo aspetto in relazione a contesti comunicativi online si segnalano quelli di Bolander (2012; 2013), che prende in esame il genere testuale dei blog personali per metterne in luce le specificità sul piano della reattività in rapporto ad altri generi della testualità digitale, come i newsgroup studiati da Baym (1996). L’analisi della reattività e dei suoi indicatori nei commenti ai blog manifesta alcune caratteristiche peculiari, che chiamano in causa un complesso intreccio di fattori tecnici e situazionali 8 : rispetto ai newsgroup degli anni Novanta, che come detto facevano un uso regolare del quoting come segnalatore di reattività, i blog dei primi anni Duemila fanno piuttosto ricorso a strategie linguistiche (allocuzione diretta, uso di pronomi e sintagmi nominali pieni, rinvio implicito al contenuto della prima mossa ecc.) per indicare verso chi si rivolge il disaccordo (o l’accordo).
Obiettivi del lavoro
Le ricerche menzionate in § 1.1 offrono punti di riferimento fondamentali per l’analisi della reattività in contesti di disaccordo online. Allo stato attuale, tuttavia, i generi testuali esaminati in quei lavori (newsgroup e blog) risultano piuttosto datati e, seppure ancora vitali, ormai frequentati da un numero residuale di utenti. È d’altra parte un dato acquisito l’enorme variabilità (socio)linguistica interna alla comunicazione elettronica e la frammentazione degli usi linguistici online in numerosissimi generi e sotto-generi testuali, modellati da una grande quantità di variabili sociali e tecniche, e a loro volta largamente mutevoli in dipendenza dalle singole comunità di pratica che costruiscono l’interazione (cfr. Herring, 2001; Androutsopoulos, 2006; Tavosanis, 2011; Barton e Lee, 2013; Pistolesi, 2014; 2019; Prada, 2015; Palermo, 2017; Meredith, 2017; Patota e Rossi, 2018 inter alia). Può dunque essere utile cercare di mettere alla prova le categorie adottate negli studi precedenti in un diverso contesto comunicativo, di origine più recente (sebbene non recentissima) e di larga frequentazione al giorno d’oggi, come quello di Facebook. 9
Il presente contributo – che sviluppa riflessioni avviate in Ferrari e Pecorari (2020) – si pone dunque l’obiettivo di approfondire l’analisi linguistica del disaccordo online focalizzandosi su un fenomeno ancora largamente trascurato dagli studi (i.e., la reattività) e su un ambiente comunicativo (i.e., Facebook) che, pur essendo una fonte generosa di esempi di disaccordo, attende ancora di essere studiato in relazione agli indicatori della reattività in tale contesto. Per raggiungere questi obiettivi di ricerca, ci si concentrerà sui modi e sulle forme della reattività in un corpus di commenti in lingua italiana a pagine Facebook di argomento politico. Il corpus, come si preciserà più avanti, comprende commenti apposti alle pagine di quattro politici svizzeri, operanti a vario titolo nell’ambito della Confederazione svizzera o del Cantone Ticino. La scelta di esaminare pagine personali di politici è dettata dall’alta frequenza e dalla ricca varietà qualitativa di mosse di disaccordo al loro interno 10 . Alla luce della multidimensionalità inerente al disaccordo nel contesto socio-comunicativo digitale, si è scelto di restringere l’analisi alle sole mosse di disaccordo che selezionano come target un altro commentatore del post scritto dal politico di turno: questo perché si tratta del target che nel contesto esaminato attira più frequentemente il disaccordo dei commentatori, e anche perché è la manifestazione più caratteristica dell’interattività pervasiva del web 2.0, che a volte vede i commenti (e i commenti ai commenti) passare in primo piano rispetto al testo che li ha generati (Patota e Rossi, 2018).
Dopo una rapida presentazione del corpus di lavoro e degli strumenti impiegati per l’analisi (§ 2), si prenderanno in esame separatamente le due principali tipologie di target osservabili nelle mosse di disaccordo estratte dal corpus: ci si soffermerà dapprima sul disaccordo rivolto verso un target singolare (§ 3), che richiede di tenere conto di indicatori di reattività di natura tecnica (§ 3.1) e di natura linguistica (§ 3.2); in un secondo momento, si passerà ad esaminare il disaccordo rivolto verso un target plurale (§ 4), con attenzione alle sue occorrenze nei commenti di primo livello (§ 4.1) e nei commenti di livello superiore al primo (§ 4.2). 11 Le conclusioni (§ 5) avranno il compito di mettere in evidenza le principali specificità che la segnalazione della reattività manifesta nel contesto comunicativo analizzato e di presentare alcune prospettive future aperte dal presente studio.
Dati e strumenti
I dati che analizzerò sono tratti da un corpus di circa 26.000 parole, che comprende post e commenti pubblicati sulle pagine Facebook di quattro politici svizzeri di lingua italiana: Manuele Bertoli, Norman Gobbi, Ignazio Cassis e Raffaele De Rosa. 12 Le conversazioni sono state raccolte manualmente nel mese di luglio del 2019 e sono rappresentative, nel loro complesso, dei mesi tra gennaio e luglio dello stesso anno. 13 I quattro politici selezionati costituiscono un campione bilanciato quanto all’appartenenza politica e al ruolo istituzionale occupato nel momento della raccolta dati: Manuele Bertoli è consigliere di Stato all’Educazione, Cultura e Sport e appartiene al Partito Socialista; Norman Gobbi è consigliere di Stato alle Istituzioni e appartiene alla Lega dei Ticinesi; Ignazio Cassis è consigliere federale agli Affari esteri e appartiene al Partito Liberale Radicale; Raffaele De Rosa è consigliere di Stato alla Sanità e Socialità e appartiene al Partito Popolare Democratico. Si può dunque pensare (come peraltro i dati confermano) che anche i commentatori che frequentano le pagine selezionate siano sufficientemente eterogenei quanto a retroterra ideologico.
Le conversazioni sono state selezionate sulla base della presenza effettiva di mosse di disaccordo, rintracciate attraverso un primo spoglio manuale delle quattro pagine Facebook. Le conversazioni scelte sono state riportate nel corpus integralmente. La struttura del corpus è riassunta nella Tabella 1.
Struttura del corpus
Struttura del corpus
L’analisi verterà su un totale di 254 commenti (pari al 30,1% del totale dei commenti raccolti) che esprimono disaccordo, il cui target è chiaramente individuabile in uno o più degli altri commentatori del post del politico. La definizione di disaccordo che soggiace all’analisi del corpus è una definizione ampia, secondo la quale il disaccordo corrisponde a “the expression of a view that differs from that expressed by another speaker” (Sifianou, 2012: 1554). Una tale definizione ha determinato la selezione di forme diverse di disaccordo, collocabili lungo una scala che va – nei termini di Pomerantz (1984) – dal disaccordo forte, espresso in maniera diretta verso il proprio target, al disaccordo debole, che contiene al suo interno forme di accordo parziale tipicamente espresse tramite strutture concessive (e.g., hai ragione ma…; bello, peccato che…). 14
L’ambiente comunicativo delle pagine gestite dai politici su Facebook è un caso emblematico di contesto conflittuale che stimola l’espressione del disaccordo. Lungo il continuum che va dal disaccordo oppositivo a quello socievole e intimo, le pagine considerate si collocano senz’altro in prossimità del primo polo: come si è già avuto modo di osservare (Ferrari e Pecorari 2020), le forme di disaccordo privilegiate dagli utenti sono – in maniera netta – quelle più dirette, rivolte verso il contenuto di un precedente messaggio ma anche verso la persona, secondo modalità aggressive variamente connotate (non di rado intrise di razzismo). Il carattere tendenzialmente diretto e l’alta frequenza nel contesto in esame delle mosse di disaccordo, che perlomeno in alcune conversazioni esauriscono la quasi totalità dello spazio testuale, spingono ad andare oltre la catalogazione generica del disaccordo come mossa non preferita. La situazione comunicativa delle pagine dei politici su Facebook, in questo senso, ha contorni molto diversi da quelli delle conversazioni faccia a faccia. Essa sfrutta il disaccordo come mossa comunicativa appropriata allo sviluppo di uno scambio comunicativo conflittuale e, il più delle volte, polarizzato: in un tale contesto, la difesa del proprio punto di vista conta di più per gli interagenti rispetto alla tutela della faccia dell’interlocutore (Locher, 2004). 15
Nel seguito, l’analisi si concentrerà sull’espressione della reattività in situazioni di disaccordo verso altri commentatori, prendendo le mosse da un parametro situazionale relativo alla cosiddetta participation structure (Herring, 2007), o participation framework (Goffman, 1981; Bolander, 2012) 16 : l’opposizione tra la scelta di un target singolare o di un target plurale. Si tratta di un criterio che nei lavori esistenti è largamente trascurato – anche perché non sempre pertinente – ma che sembra invece assumere una valenza determinante per la comprensione delle forme che il disaccordo assume nei commenti di Facebook. L’analisi adotterà nel complesso un approccio qualitativo, aprendosi a tratti a valutazioni quantitative.
Gli esempi di disaccordo analizzati in questa sede sono accomunati dalla proprietà di avere come target della mossa un altro commentatore, e non l’autore del post o gli individui di cui nel post si parla. Ciò non toglie, tuttavia, che ci possa essere una componente di variazione anche all’interno della categoria selezionata: lo scrivente in disaccordo può scegliere un target singolare o plurale, rivolgendosi verso un singolo commentatore oppure verso un insieme di individui.
La scelta di dirigere il disaccordo verso un target singolare, vale a dire verso un singolo individuo autore di un commento precedente, è nettamente più comune nel corpus esaminato: la sua frequenza si attesta al 91% (232 esempi su 254). I numeri rendono evidente che, nel contesto di Facebook, è molto più naturale rivolgersi direttamente all’altro che ha appena espresso un parere piuttosto che a una pluralità di individui, che necessita di essere attivamente costruita come tale dal commentatore (cfr. § 4). La selezione di un target individuale in un contesto ricco di partecipanti risulta essere almeno in parte il riflesso della presenza dell’opzione “Rispondi” in corrispondenza di ogni commento, la quale consente all’utente di costruire in maniera immediata un legame dialogico con un precedente turno conversazionale.
L’osservazione della reattività dei commentatori che esprimono disaccordo verso un target singolare rivela un incrocio tra indicatori di carattere tecnico (specifici del mezzo di comunicazione) e indicatori di carattere linguistico (più generici e riscontrabili anche in altri contesti), che saranno ora esaminati in quest’ordine.
Indicatori tecnici
La menzione
L’analisi delle strategie di espressione della reattività in Facebook impone di considerare, in prima battuta, un fattore mediospecifico dipendente da un’opzione tecnica offerta dalla piattaforma: si tratta della cosiddetta “menzione” del commentatore a cui ci si rivolge. 17 La menzione può essere inserita in diversi modi, sia manualmente sia in automatico: nel primo caso, lo si fa digitando il nome della persona nel testo del commento preceduto da una chiocciola (che non comparirà nella resa grafica finale del testo), o semplicemente con l’iniziale maiuscola; nel secondo caso, è l’interfaccia di Facebook a inserire automaticamente la menzione una volta che l’utente seleziona l’opzione “Rispondi”. L’inserimento automatico della menzione ha luogo quando il commentatore risponde a un commento di secondo livello, che si inserisce nel thread rispondendo a un altro commento precedente; in altre parole, perché la menzione sia inserita in automatico occorre che il commento abbia alle spalle, oltre al post originario, almeno altri due commenti nello stesso thread.
Quando qualcuno è menzionato, il suo nome può diventare di colore blu (nell’interfaccia desktop) o essere evidenziato in grassetto (nell’interfaccia mobile) e trasformarsi così in un link al profilo dell’utente, oppure – per ragioni essenzialmente tecniche, indipendenti dalla volontà dell’utente – può rimanere in carattere nero tondo, senza che si attivi alcun link. Ad ogni modo, dal punto di vista dell’espressione della reattività in situazioni di disaccordo, le due opzioni di resa della menzione sono equivalenti: entrambe segnalano esplicitamente che il target del disaccordo è la persona menzionata.
18
Si vedano i tre esempi seguenti, in cui le menzioni sono indicate in grassetto: (1)
Oro, argento diamanti, zaffiri, rubini, e tutte le altre pietre preziose
Petrolio, benzina, nafta, cherosene, gas, carbone, rame, zinco
E poi non ho idea se ho dimenticato qucos’altro
(2)
(3)
L’uso della menzione ha un’altissima frequenza nei dati analizzati: lo si ritrova in 166 mosse di disaccordo su 254, pari al 65% del totale. Il dato va sicuramente correlato in parte al carattere automatico della menzione, che (come detto sopra) in alcuni contesti è inserita direttamente dall’interfaccia di Facebook nel commento dell’utente che risponde a un commento precedente. In altri casi sembra tuttavia che la sua presenza dipenda da una scelta volontaria e ponderata del commentatore, come mostra emblematicamente l’esempio seguente: (4) 


L’utente CM esprime disaccordo verso l’utente IS attraverso un movimento in due tappe: in un primo momento, digita un commento di disaccordo senza menzione, attaccandosi semplicemente sotto il commento a cui reagisce; 19 in un secondo momento, torna sui suoi passi ricopiando integralmente il commento precedente senza alcuna modifica (o quasi), e con l’aggiunta della menzione in apertura. Il target del disaccordo è chiaramente individuabile anche in assenza della menzione: vi sono evidenti riprese lessicali all’interno del commento di CM (invidiosa) e, dal punto di vista posizionale, non ci sono altri commenti inseriti tra l’uno e l’altro che possano generare equivoci; tuttavia, l’utente CM manifesta evidentemente di percepire il commento come chiaramente diretto all’utente IS soltanto in presenza della menzione.
Dal punto di vista teorico, la menzione in Facebook può essere inserita nel novero di quelle che, nella letteratura internazionale, sono spesso definite affordances (a partire da Hutchby (2001)). Il concetto di affordance giunge alla linguistica dagli studi di psicologia della percezione, e in particolare da Gibson (1979), in cui le affordances sono definite come le possibilità e i vincoli che un oggetto o un ambiente offre all’individuo perché questi compia un’azione coerente con i suoi scopi. L’affordance, come sottolinea Meredith (2017), ha una natura relazionale: le sue proprietà emergono soltanto quando un individuo interagisce con l’oggetto e lo piega ai propri bisogni. Nel campo degli studi sulla comunicazione elettronica, la nozione di affordance coglie il rapporto tra un fattore tecnico messo a disposizione dal mezzo di comunicazione e l’utente che interpreta il fattore a proprio vantaggio, sfruttandolo per veicolare la propria intenzione comunicativa nei limiti delle proprie competenze tecniche. È importante sottolineare che la teoria dell’affordance non ha una natura determinista: essa sostiene cioè che l’affordance non impone all’utente un comportamento dal quale non si può derogare, ma si limita a renderne più probabile la comparsa (cfr. Herring, 2001; 2007).
Il caso della menzione in Facebook mostra efficacemente come un’opzione tecnica resa disponibile dalla piattaforma in cui si scrive possa avere conseguenze sulla struttura linguistica e testuale della conversazione. Naturalmente, la menzione non ha come funzione dedicata quella di segnalare il target di una mossa di disaccordo: si tratta, in termini generali, di una strategia di addressivity dal valore deittico, che consente di selezionare il destinatario di un commento, qualunque sia la mossa comunicativa che il commento realizza. Tuttavia, nel caso specifico dell’espressione di disaccordo, l’utente ha buon gioco nello sfruttare la menzione – inserendola manualmente o adeguandosi alla proposta automatica della piattaforma – per segnalare in modo trasparente il target del disaccordo. In questo modo, l’affordance tecnica trova sbocco in una pratica linguistica a cui la maggioranza degli interagenti si adegua, come dimostrano i dati di frequenza. La menzione in Facebook presenta alcune somiglianze con il quoting impiegato nei gruppi Usenet degli anni Novanta (Baym, 1996): la sua funzione primaria non è quella di segnalare la reattività nelle mosse di disaccordo, ma la sua disponibilità come opzione tecnica invita gli utenti ad impiegarla anche a questo scopo, al punto che essa assume il ruolo di indicatore privilegiato di reattività quando il target del disaccordo coincide con un altro commentatore.
Dal punto di vista della struttura testuale dei commenti, la menzione sembra essere percepita tendenzialmente dagli interagenti come un’opzione tecnica che costruisce una sorta di paratesto, esterno al testo vero e proprio. Alcuni indizi spingono l’analisi in questa direzione. Anzitutto, si osserva che la menzione compare quasi sempre all’inizio del commento, nella posizione in cui viene inserita in automatico dall’opzione “Rispondi”. L’utente potrebbe inserirla manualmente in altre posizioni sintagmatiche, o aggiungere una porzione di testo prima della menzione, facendola così slittare all’interno del commento e integrandola nel corpo del testo. Tuttavia, coloro che lo fanno sono pochissimi, anche perché per farlo è richiesta una competenza che non tutti hanno: tutti gli utenti rappresentati nel corpus si adeguano senza scossoni all’opzione distribuzionale suggerita dall’interfaccia, salvo che nel solo esempio (5) (peraltro rappresentativo di una mossa di accordo, e non di disaccordo): (5)
Altra possibilità che gli utenti avrebbero a disposizione ma che sembrano non sfruttare quasi mai è quella di accorciare la menzione, riducendola al solo nome o cognome dell’utente menzionato. Sono solo quattro gli esempi restituiti dal corpus (uno dei quali è l’esempio (5) appena commentato): (6)
(7)
Quindi dobbiamo accettare gli assiomi.
E lavorare tenendo conto di questi.
La pedofilia è innata come la paura, dobbiamo entrambe gestirle in modo adeguato affinché non rechino danni
(8)
È poi interessante notare come la menzione a inizio commento sia raramente seguita da una virgola, come invece ci si aspetterebbe se essa fosse trattata come un vocativo vero e proprio, integrato nella struttura sintattica dell’enunciato. Si riportano tre esempi dei sei presenti nel corpus (ma si veda anche l’esempio (8) sopra): (9)
(10)
(11)
Lo status quo?
Inquinamento, scomparsa di animali e insetti, deforestazione…..sono problemi reali, non argomenti inventati dagli scienziati.
È infine rarissimo (due esempi) anche l’inserimento della menzione in una formula vocativa più complessa, come quelle tipiche della lettera personale cartacea o della corrispondenza commerciale, rispettivamente rappresentate dai seguenti esempi: (12)

(13)
Che si possa essere critici sul funzionamento dell' UE lo capisco ed è anche giustificato, ma rifiutare automaticamente tutto quanto viene dal di fuori dalla Svizzera e attribuendo unicamente valore a ciò che è locale è una illusione e una visione cieca della realtà, visto che volenti o no apparteniamo ad un sistema globale il quale ha un potere decisionale superiore a quello del singole nazioni.
In secondo luogo noi abbiamo la fortuna di avere un Capo del Dipartimento di Polizia che, come è sempre stato fino ad ora da parte dello Stato, da fiducia ai cittadini onesti. […]
Nel complesso, la menzione sembra dunque restare ancorata al suo carattere di affordance tecnica dotata di un’importante funzione reattiva, senza tuttavia entrare a far parte a pieno titolo dell’insieme di unità che partecipano alla costruzione del significato testuale.
Il formato grafico
Oltre alla menzione, vi è un altro importante fattore tecnico che può assumere la funzione di indicatore di reattività in situazioni di disaccordo: si tratta del formato grafico del testo (Herring, 2007 parla di message format), dipendente dalle convenzioni mediospecifiche del social network. Sono in particolare due le opzioni di formato pertinenti per la segnalazione del target del disaccordo, entrambe dipendenti dal clic sull’opzione “Rispondi”: il rientro tipografico e l’adiacenza dei commenti.
Quando un utente risponde a un commento di primo livello, l’interfaccia di Facebook non inserisce in automatico la menzione (come si è visto in § 3.1.1), ma introduce un rientro tipografico. 20 Nel caso in cui la risposta realizzi una mossa di disaccordo, il rientro può essere l’unico indicatore del target del disaccordo: ne è un esempio lo scambio in Figura 1, in cui il contenuto linguistico della mossa di disaccordo non contiene alcun indicatore della reattività al primo commento, e la segnalazione del target – in assenza di menzioni – è interamente lasciata al rientro. 21

Esempio di rientro tipografico.
La situazione è diversa se la mossa di disaccordo è inserita nel thread più in profondità. In quel caso, l’interfaccia non inserisce un ulteriore rientro, ma colloca tutte le risposte alla stessa distanza dal margine sinistro della pagina, come si vede in Figura 2.

Esempio di rientro tipografico con più commenti.
In quel caso, la situazione si fa più complessa. Le risposte a commenti di secondo livello, come si è visto, sono accompagnate in automatico dalla menzione. Accanto o in alternativa ad essa, può entrare in gioco come affordance per segnalare l’identità del target l’adiacenza dei commenti. Va detto che, tuttavia, il funzionamento dell’interfaccia di Facebook rende poco efficiente lo sfruttamento dell’adiacenza per segnalare reattività: questo perché, anzitutto, il commento di secondo livello viene collocato in automatico in coda al thread, indipendentemente dalla posizione del commento a cui si risponde; 22 e, in secondo luogo, perché la collocazione del commento rispetto al target non è pienamente controllabile dallo scrivente, dal momento che commenti altrui possono inserirsi nel thread durante la digitazione di un commento e anteporsi ad esso. L’adiacenza è dunque un indicatore efficace di reattività, anche in assenza di altri indicatori tecnici o linguistici, solo quando il target del disaccordo è il commento immediatamente precedente, ovvero l’ultimo ad essere stato inserito nel thread in ordine cronologico; quando invece il target è un commento che risale più in alto, prendono più facilmente il sopravvento indicatori più espliciti, come la menzione o altri dispositivi di coesione di natura linguistica.
Un esempio di uso dell’adiacenza come indicatore esclusivo di reattività è dato dalla conversazione in Figura 2, in cui l’ultimo commento (molto!!!) esprime ironicamente disaccordo, con tutta probabilità, verso il commento immediatamente precedente (disinformata), e non verso il commento “INVIDIOSA” che si trova più in alto nel thread. Nella Figura 3 (che riproduce il formato originale dell’esempio (10) commentato sopra) si vede invece come la menzione possa avere un ruolo fondamentale nel ripristinare la coerenza testuale quando il disaccordo è espresso verso un commento non adiacente: l’autore dell’ultimo commento sfrutta la menzione per replicare direttamente al primo commento, ignorando il contenuto dei due commenti intermedi.

Didascalia: Esempio di menzione a distanza.
Un dato, in ogni caso, colpisce l’attenzione per la sua pervasività: nel corpus esaminato, i commenti che esprimono disaccordo verso un singolo commento precedente sono tutti, senza alcuna eccezione, marcati dagli scriventi come commenti di livello superiore al primo (diversa è invece la situazione per il disaccordo verso un target plurale: cfr. § 4). Nessuno degli utenti esprime disaccordo verso un suo pari attraverso un commento di primo livello, formalmente collocato tra le risposte al post del politico. Il dato richiede evidentemente di essere messo in relazione con la fondamentale affordance costituita dall’opzione “Rispondi” che Facebook offre ai suoi utenti: chi intende replicare a un parere espresso da un altro commentatore può facilmente adottare questa strategia e costruire così un dialogo tra commentatori che estromette l’autore del post, e che l’interfaccia del social network segnala graficamente attraverso il rientro tipografico. A chi volesse rispondere al post originario, Facebook offre una diversa affordance, costituita dall’opzione “Commenta”, a cui si può accedere tramite un link collocato immediatamente sotto al post. La differenza tra le due affordances costituisce un primo fondamentale indicatore del diverso target di mosse di disaccordo (verso l’autore del post vs. verso un altro commentatore), a cui gli utenti si adattano con grande facilità e in maniera pressoché sistematica (anche se, come si vedrà in § 4, le cose sono un po’ più complicate di così).
L’immediatezza di utilizzo degli indicatori tecnici di reattività in Facebook relega in secondo piano l’impiego degli indicatori linguistici, che in altri ambienti comunicativi sono (o erano) invece centrali: si pensi ai blog studiati da Bolander (2012), in cui non è presente alcun espediente di segnalazione esplicita del commento a cui si reagisce. 23 In quest’ultimo contesto, è evidente che la segnalazione della reattività non può che appoggiarsi massicciamente a mezzi linguistici più o meno espliciti, che hanno la funzione di disambiguare l’orientamento dell’interazione desiderato dal commentatore.
Nel corpus esaminato in questa sede, la situazione è parzialmente diversa: si osservano sì numerose forme linguistiche che possono fungere da indicatori linguistici della reattività del disaccordo, ma solo raramente esse agiscono in maniera autonoma, operando invece molto più spesso in combinazione con indicatori di natura tecnica come la menzione. Si tratta di forme che hanno una diversa forza disambiguante: se alcune esplicitano in maniera univoca l’identità del target del disaccordo, altre si limitano a instaurare un abbozzo di dialogo tra due turni, lasciando però ad altri indicatori il compito di chiarire a chi lo scrivente si sta rivolgendo.
Tra gli indicatori linguistici di reattività si può citare, in primo luogo, l’uso di un pronome allocutivo, di natura tonica o atona, con cui lo scrivente si rivolge direttamente (anche se non univocamente) al destinatario del suo atto di disaccordo tramite deissi personale: (14)
(15)
Altro indicatore grammaticale è l’aggettivo possessivo di seconda persona o – con forma di cortesia – di terza persona: (16)
(17)
Vi è poi l’uso di un nome proprio in funzione vocativa, che a ben vedere – in ragione delle caratteristiche tecniche del mezzo – è formalmente indistinguibile da una menzione accorciata, qualora la menzione non compaia evidenziata in blu o in grassetto. I due esempi seguenti sono rappresentativi, rispettivamente, dell’impiego del cognome e del nome del target (qui ridotti alla sola iniziale), che esplicitano senza ambiguità l’identità dell’individuo: (18)
(19)
Va infine citato l’uso di forme non vocative verbali o nominali, che svolgono (seppure con minore forza disambiguante) la medesima funzione di direzione dell’atto di disaccordo verso un singolo commentatore in assenza di soggetto allocutivo, come è il caso della struttura verbale copulativa in (20) o del semplice aggettivo con funzione predicativa in (21): (20)
(21)
È naturalmente molto presente, per ovvi motivi di rispecchiamento della coerenza testuale, la strategia linguistica che Bolander (2012) definisce (sulla scorta di Muntigl e Turnbull, 1998) format tying, e che consiste banalmente nella presenza di connessioni sintattico-semantiche che creano coesione tra il commento in disaccordo e il suo target. Numerosi sono i commenti in cui compaiono segnali linguistici del target del disaccordo nella forma, tra l’altro, di ripetizioni lessicali (22), legami semantici di tipo sinonimico (23), parallelismi sintattici (24), agganci sintattico-semantici tramite connettivo (25), riprese anaforiche (26), risposte a domande retoriche (27): (22)
(23)
(24)
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(27)
Risulta invece totalmente assente la citazione letterale dell’intero commento target o di una sua parte nella forma del quoting. Questa assenza notevole è correlata in parte alla mancanza dell’opzione tecnica relativa tra quelle offerte dall’interfaccia di Facebook, e in parte alla tendenziale brevità dei turni, che rende superfluo l’uso di una strategia di selezione di un frammento testuale.
Target plurale
Sono 22 (pari al 9% del totale) gli esempi nel corpus in cui una mossa di disaccordo è indirizzata verso un target plurale. La categoria ha una frequenza assoluta molto bassa rispetto alla sua controparte singolare; essa merita tuttavia di essere indagata a fondo, dato che presenta indicatori di reattività differenti rispetto a quelli che segnalano un target singolare. In particolare, come si vedrà, presenta particolari motivi di interesse la diversa gestione degli indicatori tecnici rispetto ai casi di disaccordo esaminati in § 3.
Un primo dato che occorre mettere in evidenza è l’equivalenza quantitativa tra commenti di primo livello e di livello superiore: quando la mossa di disaccordo si indirizza verso un target plurale, il commento è marcato formalmente come risposta al post originario in undici casi, e come risposta a un altro commento nei restanti undici casi. La differenza rispetto al disaccordo verso un target singolare è rilevante, specie se si considera che in quel caso non si è riscontrato nessun commento di primo livello su ben 232 esempi. Si procederà ora ad analizzare gli indicatori tecnici e linguistici di reattività verso un target plurale che si manifestano nell’una e nell’altra classe di commenti.
Target plurale in commenti di primo livello
I casi di disaccordo indirizzato a un target plurale invadono parzialmente lo spazio dei commenti di primo livello, nonostante le affordances di Facebook marchino tale spazio come riservato alle repliche rivolte al post (si ricordi che i commenti di primo livello hanno origine in un clic all’opzione “Commenta” riferita al post). In questi esempi, si assiste dunque a uno sconvolgimento del participation framework modellato dall’interfaccia del social network: in un punto del testo dedicato formalmente alla conversazione uno-a-uno verso l’autore del post, il commentatore varia tanto la cardinalità della relazione comunicativa (da uno-a-uno a uno-a-molti) quanto la direzione del commento (verso altri commentatori). Ciò dipende essenzialmente dal fatto che il tasto “Rispondi”, dedicato alle repliche dirette ad altri commentatori, è riservato a relazioni comunicative di tipo uno-a-uno, e non ammette adattamenti immediati al contesto uno-a-molti.
Negli undici commenti di primo livello che esprimono disaccordo verso un target plurale, il dato più evidente – per contrasto con i commenti indirizzati a un target singolare – è l’assenza totale di menzioni. Ciò non deve stupire, se si considera che (come illustrato in § 3) la menzione è inserita automaticamente dall’interfaccia di Facebook soltanto nei commenti che rispondono ad altri commenti di secondo livello. Nel caso dei commenti di primo livello, la menzione potrebbe essere presente solo se l’utente decidesse di inserirla manualmente. Ciò non avviene mai nei dati analizzati, non solo per motivi legati al carattere non automatico dell’opzione, ma anche perché – con tutta evidenza – la scelta di un target plurale per il disaccordo introduce impedimenti alla menzione: da un lato la menzione plurale è chiaramente una scelta marcata e comunicativamente più onerosa di quella singolare, specie se l’insieme dei target è costituito da numerose unità; dall’altro lato l’uso della menzione implica un’individuazione chiara e univoca dei singoli commentatori a cui ci si vuole rivolgere, cosa che può andare al di là dell’intenzione comunicativa dello scrivente, spesso rivolta verso una pluralità di commenti precedenti che rimane (almeno parzialmente) indistinta. 24
In assenza della menzione, e in una collocazione testuale in cui nemmeno altri indicatori tecnici (rientro tipografico e adiacenza dei commenti) possono fungere da segnalatori di reattività, gli utenti sono obbligati a fare ricorso a indicatori linguistici per chiarire che la loro mossa di disaccordo è rivolta a un target plurale. La presenza di indicatori linguistici è determinante per indirizzare il disaccordo verso commenti altrui, e non – come sarebbe più naturale in un commento di primo livello – verso il post del politico. La strategia più comune, di natura lessicale, consiste nell’utilizzo del termine commenti al plurale o di una sua variante come ragionamenti, eventualmente modificati da un quantificatore (tanti, quanti, certi): (31) 
(32)
…. ma vorrei proprio vedere se per la Resega (Alias Corner Arena) in passato, e per il nuovo stadio di Cornaredo in futuro, i cittadini contribuenti non hanno dovuto e non dovranno mettere mano al portafoglio! Adesso piantatela e lasciate andare le cose come vanno…. magari sarete i primi a essere felici di essere a vedere le partite in un contesto più moderno e accogliente!!! Forza HCAP
e grazie a tutta la società e a te Norman, per l’impegno che ci mettete per realizzare un sogno per una Valle e per gran parte del Ticino
(33) 
(34)
(35)
Compaiono anche forme che rimandano implicitamente a una pluralità di commenti precedenti, come l’espressione colorita in (36) e il rimprovero in (37), che punta il dito contro un problema notoriamente comune a molti commentatori di Facebook (cfr. anche es. (33)): (36) 
(37)
L’uso dei quantificatori plurali si riscontra anche in relazione ai commentatori, oltre che ai commenti, nell’uso della formula tutti + aggettivo valutativo negativo: (38)
(39)
Che rabbia veh
È naturalmente presente – come si può vedere dagli esempi appena riportati – l’uso di espressioni grammaticali di seconda persona plurale dal valore deittico personale, che qualificano la mossa di disaccordo come rivolta verso una collettività di individui: si osservano pronomi allocutivi tonici o atoni, forme possessive e semplici accordi verbali. Le forme di seconda persona plurale costruiscono una tipologia pragmatica significativa di espressione del disaccordo online: esse manifestano la tendenza di chi scrive a indirizzare il proprio disaccordo verso un uditorio collettivo, un voi che a volte si caratterizza esclusivamente per il possesso di un punto di vista diverso da quello di chi scrive, e altre volte è invece assimilabile a una categoria sociopolitica più definita (e.g., “voi socialisti” in (33)). Più in generale, si può osservare che la mossa di disaccordo verso un target plurale comporta tipicamente l’assimilazione di più commenti precedenti in un’unica categoria costruita contestualmente, all’interno della quale eventuali differenze di opinione tra i singoli targets sono sfumate: una scelta comunicativa, questa, che risulta funzionale alla costruzione di un’argomentazione polarizzata e a una difesa più agevole del proprio punto di vista da parte dello scrivente. 25
Anche nel caso in esame, la reattività verso il target del disaccordo può infine trovare espressione in svariate forme di connessione linguistica di tipo format tying (Bolander, 2012). Due esempi tra molti: l’espressione metaforica orticello in (34) rinvia chiaramente a commenti come (40) e (41), focalizzati sulla situazione del Cantone Ticino nel contesto di un incontro istituzionale di livello internazionale (tra Ignazio Cassis e il Segretario di Stato americano Michael Pompeo); il richiamo ai cittadini contribuenti in (32) trova un riflesso in commenti orientati sul finanziamento pubblico dell’opera in costruzione come (42): (40)
(41)
(42)
Target plurale in commenti di livello superiore al primo
Negli undici esempi in cui il disaccordo verso un target plurale trova spazio in commenti di livello superiore al primo, gli indicatori linguistici di reattività tornano a combinarsi con l’indicatore tecnico della menzione. La menzione è presente in sette esempi su undici e può assumere due diverse forme. In uno solo dei sette esempi si osserva una menzione multipla: l’utente che esprime disaccordo si indirizza così verso due altri commentatori (significativamente, gli unici due commentatori impegnati nel thread oltre allo scrivente), associandoli in un unico punto di vista dal quale si distanzia: (43)
e simili questa gente non sarebbe così disperata da venire in Svizzera e in altri paesi europei, dove c'è oro diamanti e tutto quello che ho scritto sopra ci sono guerre e le ditte che hanno miniere danno armi hai governi invece di soldi. Guardate il film Blood Diamond Diamanti di sangue li spiega meglio ciò che sto scrivendo, ma forse a voi questo non interessa basta che i clandestini vanno via poi chi se ne frega, perché le varie ditte che sfruttano gli Africani e il sottosuolo non danno i soldi come è il prezzo di mercato?
L’estrema rarità della strategia di menzione multipla conferma il carattere marcato di questa opzione comunicativa rispetto a quella di menzione individuale. Come si è visto in § 3, la menzione è sfruttata largamente come indicatore di target singolare, e la sua funzione pragmatica principale consiste nella costruzione di un participation framework di tipo uno-a-uno. I sei esempi in cui essa si accompagna – in modo apparentemente controintuitivo – all’indicazione di un target plurale sono accomunati da un movimento argomentativo peculiare. Si osservino i seguenti esempi: (44)

(45)
(46)

(47)
Il target plurale, in questi casi, è costruito per generalizzazione a partire da un singolo commento precedente, attraverso l’impiego di indicatori linguistici di reattività al plurale (pronome allocutivo voi, aggettivi al plurale, verbi accordati alla seconda persona plurale ecc.). Gli indicatori linguistici producono un mutamento repentino nel participation framework, che nel corso dell’interazione si trasforma da uno-a-uno (come suggerito dalla menzione e dalla collocazione del commento in un livello superiore al primo) a uno-a-molti. Il commentatore con cui si è in disaccordo è assunto come esponente esemplare, prototipico, di una categoria di persone, facilmente individuabile a partire dal contesto della conversazione e dalle espressioni evidenziate: i sostenitori di Cassis in (44), i negazionisti del riscaldamento globale in (45), gli esponenti delle classi popolari che concordano con le opinioni dei ricchi in (46), i simpatizzanti della destra antiimmigrati in (47). L’individuo fatto oggetto della menzione è dunque criticato, oltre che per le opinioni che professa, perché il suo pensiero non è ritenuto originale, ma è piuttosto visto come l’esito dell’appartenenza ideologica a un certo schieramento sociopolitico. Si tratta di un fenomeno osservato anche da Mastroianni (2017: 71), che individua in queste generalizzazioni all’interno della discussione la fonte di un “clima da determinismo ideologico che alimenta il pregiudizio”: l’individuo viene così giudicato a priori sulla base dei suoi riferimenti politico-ideologici, senza una reale attenzione alla sostanza razionale delle sue opinioni.
Sul piano della reattività, gli esempi appena analizzati presentano una discordanza tra le indicazioni date per via tecnica e quelle date per via linguistica, che hanno la meglio dal punto di vista comunicativo: da un lato, l’indicatore tecnico della menzione fa pensare a un target singolare, come nei molti esempi visti in § 3; dall’altro lato, uno o più indicatori linguistici sorpassano questa indicazione e costruiscono un target che nei fatti è plurale, e consiste in una categoria di persone rappresentata emblematicamente dal commentatore con cui si sta dialogando.
Nei quattro casi in cui la menzione è assente, l’individuazione di un target plurale passa naturalmente – e non potrebbe essere altrimenti – attraverso i consueti indicatori linguistici di pluralità, similmente a quanto accade nei commenti di primo livello analizzati in § 4.1. Rispetto agli esempi con menzione, il percorso reattivo è differente: non si passa più dal singolo per esprimere disaccordo verso una pluralità, ma ci si dirige immediatamente verso un insieme di commenti precedenti, analogamente a quanto accade con la menzione multipla (es. (43)). Questo insieme di commenti fa tipicamente parte dello stesso thread, come si vede nei due esempi seguenti, in cui l’ultimo commento si pone in disaccordo con i commenti precedenti: (48)
Peccato ci sia ancora gente che si lamenta sempre senza rendersi conto della grande fortuna che abbiamo ad abitare in un Paradiso
(49)
Vi è un solo esempio in cui il disaccordo con target plurale è rivolto palesemente a commenti al di fuori del thread in cui si inserisce. In (50) il commento di JR si ricollega non tanto al commento immediatamente precedente nel thread (che verte sulle origini del commentatore SN), né tantomeno al commento che inaugura il thread (alle cui valutazioni si allinea di fatto), quanto ad altri commenti che, in altri threads dello stesso macrotesto, criticano l’esito di un referendum sulle armi: (50)

Un ultimo aspetto significativo che, dal punto di vista argomentativo, accomuna buona parte dei commenti in disaccordo verso un target plurale (sia di primo livello che di livello superiore) è che, nel gioco tra accordi e disaccordi, queste forme di disaccordo esprimono tendenzialmente un punto di vista analogo a quello del politico, veicolato tramite il post iniziale. Lo si può vedere in molti degli esempi analizzati qui e in § 4.1, tra cui (32), (34), (37), (45), (46), (47). Sembra dunque che l’espressione di un disaccordo con target plurale sia una strategia che, in maniera più consistente rispetto ai casi di target singolare, abbia una funzione essenzialmente difensiva dell’opinione che ha dato avvio alla conversazione.
Conclusioni e prospettive future
L’articolo si è concentrato sulle mosse di disaccordo in un corpus di conversazioni politiche su Facebook e ha descritto le strategie che i commentatori adottano per segnalare la reattività verso commenti precedenti. Il quadro generale che si può delineare a conclusione di questa panoramica conferma la necessità di andare oltre una valutazione onnicomprensiva della lingua del web, e di restringere il fuoco su singoli ambienti comunicativi della rete con attenzione alle loro specificità.
Le pagine Facebook analizzate testimoniano un intreccio, specifico del mezzo, tra indicatori tecnici e linguistici della reattività in situazioni di disaccordo. Si è rivelata proficua per l’analisi la distinzione preliminare – trascurata dalla letteratura precedente – tra mosse rivolte a un target singolare e a un target plurale. Se da un lato il versante quantitativo mostra una netta prevalenza delle prime, dall’altro lato, sotto il versante qualitativo, emergono differenze significative tra le due nella gestione della reattività.
Il disaccordo verso un target singolare mette in primo piano l’affordance della menzione: la sua pervasività, legata anche alla comparsa automatica in alcuni contesti, la rende uno strumento immediato e univoco di segnalazione del bersaglio comunicativo del disaccordo, il cui ruolo ricorda quello del quoting negli ambienti comunicativi in voga nel recente passato. Accanto alla menzione, non va sottovalutato il ruolo del rientro tipografico, che l’interfaccia di Facebook inserisce automaticamente in corrispondenza dei commenti di secondo livello, e che può fungere da indicatore autonomo del target del disaccordo.
Quando il commentatore seleziona un target plurale, gli indicatori tecnici di reattività perdono rilevanza e lasciano il passo agli indicatori linguistici (il nome commenti al plurale, i quantificatori, il pronome voi ecc.). La presenza di indicatori linguistici al plurale produce un riassestamento del participation framework disegnato dall’interfaccia di Facebook, e lo può fare agendo in due direzioni: o inserendosi in un commento di primo livello, formalmente diretto al post del politico, che viene così trasformato in un commento rivolto a una pluralità – spesso parzialmente indistinta – di commenti; o contraddicendo le indicazioni date dalla menzione e allargando il target del disaccordo dal singolo individuo a una categoria di cui l’individuo è ritenuto un esponente esemplare.
Il lavoro apre ad almeno due prospettive future di approfondimento dell’analisi. Occorre anzitutto sottolineare che il corpus esaminato è fortemente caratterizzato in senso diatopico: si tratta di una raccolta di conversazioni politiche relative al contesto della Svizzera italiana, la cui specificità sociopolitica e linguistica rispetto al contesto italiano è rilevata da una vasta letteratura (cfr. Moretti (2011) per un quadro d’insieme). Nel caso specifico dei dibattiti politici, è facile osservare che l’estensione geografica più ristretta del territorio genera fenomeni che sulle pagine Facebook dei politici italiani sono quasi totalmente assenti. Uno su tutti: l’assunzione da parte del politico del doppio ruolo di autore del post e di commentatore, che può reagire alle sollecitazioni che i cittadini portano sotto al suo post, a volte argomentando le ragioni del proprio disaccordo (fenomeno significativamente presente, seppure in misura limitata, in tutte le quattro sezioni del corpus). Sarebbe utile ampliare l’analisi delle strategie di reattività a pagine Facebook di politici italiani, per valutare se si manifestano differenze sostanziali legate, ad esempio, alla quantità molto più elevata di commenti e alla maggiore lunghezza dei threads rispetto al contesto svizzero.
Un altro aspetto che meriterebbe di essere approfondito in rapporto ai dati qui esaminati è quello relativo alle funzioni pragmatiche delle cosiddette reactions (cfr. Larsson, 2018), introdotte da Facebook nel 2016 come estensione del tasto “Like”. Gli utenti di Facebook possono segnalare la loro reazione emotiva a un commento cliccando su appositi tasti che riportano una figura animata (cfr. Figura 4).

Didascalia: Le reactions di Facebook.
Almeno in un caso – quello della prima figura a destra, denominata angry o grrr – la reaction può fungere da espressione immediata del disaccordo, e da indicatore univoco del target verso cui il disaccordo si dirige. Un allargamento dell’analisi in prospettiva multimodale fornirebbe un quadro più esaustivo delle strategie impiegate dagli scriventi per realizzare una mossa di disaccordo. Si potrebbe ad esempio valutare il peso quantitativo dell’uso della reaction angry, e il rapporto – di complementarità o di concomitanza – che la lega agli indicatori linguistici e tecnici descritti in questa sede.
