Abstract
Le caratteristiche di ambiguità e di teatralità spesso riscontrate (e altrettanto spesso fraintese) nella pittura del Caravaggio sono conseguenza della sua particolare rappresentazione della realtà secondo una prospettiva non mimetica, bensì ritmica e “musicale”; tesa, cioè, a mostrare come a tutte le cose del mondo, pur nella loro ineradicabile differenza, sia sottesa sempre una medesima “relazione”, una stessa musica. Svincolando i suoi protagonisti dalla verosimiglianza dello spazio rappresentativo circostante (in tal modo quasi preannunciando l'artificialità fotografica), e preferendo farli emergere, senza particolari giustificazioni narrative, da uno sfondo indifferenziato di luce o buio, Caravaggio li libera dalle pastoie della significazione (vale a dire, dalla loro rigida collocazione entro un sistema differenziale di essere / non essere, presente / passato, umano / divino) per riconsegnarli al gesto poietico-immaginativo della loro ri-creazione all'interno della finzione pittorica. Proprio come la musica ci conquista in forma immediata, indifferente ai movimenti dialettici e alle determinazioni semantiche dell'argomentazione, i soggetti caravaggeschi rifiutano ogni precisa determinazione spaziale, facendosi piuttosto latori di un “tempo” musicale che, riconciliando gli opposti in natura, fa risuonare il senso originario, poetico e quindi serenamente immotivabile, dell'essere.
Keywords
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