Abstract
La tesi di laurea di Cesare Pavese dedicata alla poesia di Walt Whitman fu osteggiata, durante il ventennio fascista, quando venne discussa, perché ritenuta d’impronta crociana e a causa dei ritardi della cultura accademica, fondata sull’“autarchia”, nei confronti dello studio della letteratura americana. Ancora oggi, con qualche eccezione, è sottovalutata dalla critica italiana, quasi fosse un’esercitazione scolastica. Il presente saggio ne mette invece in risalto il carattere innovativo e l’originalità. Essa dimostra infatti che il giovane scrittore è un crociano “impuro”, perché, seppur attento alla personalità del grande poeta americano, la inserisce, assieme alla sua opera, nel contesto storico contemporaneo. L’attenzione alla storia è il trait d’union che lega la tesi di laurea agli altri saggi coevi e successivi consacrati da Pavese alla letteratura americana, fino al culmine, raggiunto con il testo dedicato a Francis Otto Matthiessen, al quale viene riconosciuto il merito di aver ricollegato la cultura al mondo del lavoro. Ma la tesi di laurea è importante anche come punto di partenza della riflessione di Pavese sul mito, sul rapporto tra realtà e simbolo, nonché sulla questione della lingua, che trae senz’altro alimento dallo studio dello slang.
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