Abstract
Viene qui esaminata la relazione tra l'osservatore e l'oggetto osservato prendendo come spunto gli osservatori progetttati e costruiti a partire dal 1981 dall'artista italiano Remo Salvadori. L'11 gennaio del 1951 tre filosofi (Alfred Jules Ayer, Georges Bataille, e Maurice Merleau-Ponty) e un fisico (Georges Ambrosino) ebbero una lunga conversazione in un bistrot parigino. L'argomento era se il sole fosse esistito prima che gli esseri umani riconoscessero la sua esistenza e lo chiamassero “sole”. Per Ayer non c'erano dubbi: poiché la veritá é indipendente dal tempo, il “sole” c'era sempre stato. L'oggetto si sposta nel tempo; non così l'osservatore (la verità). Bataille, Merleau-Ponty, e Ambrosino si dichiararono in disaccordo con Ayer: se non c'è un osservatore, non c'è nemmeno un oggetto osservato. Quasiasi “cosa” fosse il prima che gli uomini gli dessero quel nome, certamente non era il “sole”. Il linguaggio e il mondo non possono essere separati. Costruiti con la forma di un treppiede senza la macchina fotografica, gli “osservatori” di Salvadori sono la rappresentazione perfetta, e allo stesso tempo una critica sottile, dello sguardo astrattizzante e concettualizzante che “vede” la verità dell'oggetto anche senza vedere l'oggetto attuale e contingente.
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