Abstract
Si discute ancora su un romanzo di vasto successo come Eutanasìa di un amore (Rizzoli 1976), dove ambiziosamente Giorgio Saviane ha giocato la carta di una narrativa di idee ma tradotta anche a un grado di piena agibilità di lettura (pur se il cosiddetto lettore medio non vi seguirà forse fino in fondo il ritmo con cui eros e thanatos si combinano). E ora questo racconto, Vanitas vanitatum, nelle dimensioni scorciate che ovviamente gli competono, tenta e scopre in altre forme il favoloso — che fu il timbro continuo e solenne del romanzo precedente Eutanasìa, Il mare verticale —, insistendo sul valore del limite, della contestuale ‘soglia,’ fra moralità e (addirittura) istinto ecologico, in una prospettiva che rarefà i ruoli e i corpi stessi dei presunti ‘personaggi’ qui sospinti (a cominciare dal “re”) ad un'evanescenza fantasmatica ch’è una degl'infiniti modi di segnalare a tutte lettere la topica ‘crisi del personaggio,’ dietro la quale si cerca spazio e pronuncia la connaturale crisi dell'Autore (di ciascun autore, in quanto tale). (S.R.).
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