Abstract
Il saggio indaga Bestia da stile come l’apice del laboratorio teatrale pasoliniano, luogo in cui autobiografia, mito e storia convergono in una struttura tragica di forte carica sperimentale, senza tuttavia esaurirsi in una loro immediata sovrapponibilità. Attraverso la figura di Jan, costruzione composita che intreccia la memoria di Jan Palach con istanze riconducibili, ma non riducibili, all’esperienza pasoliniana, emerge una poetica della dissociazione che trasforma la scena in un “teatro totale”, spazio di frattura dove la crisi delle utopie novecentesche e del marxismo si incarna in un corpo esposto al dolore e alla rivoluzione. L’analisi combina una lettura descrittiva e comparativa della struttura drammaturgica con un’indagine storica sul contesto cecoslovacco degli anni 1960, inteso non come semplice ambientazione, ma come orizzonte emblematico e al contempo refrattario a ogni appropriazione soggettiva delle lacerazioni ideologiche novecentesche. Centrale è il ricorso pasoliniano alla poesia: il verso, restituito alla sua originaria oralità, diviene il dispositivo capace di superare l’artificiosità della lingua italiana e di fondere convenzione metrica e rito scenico. In questa prospettiva, Bestia da stile offre l’ultimo ritratto del poeta moderno, figura sacrificale che, lungi dal coincidere con l’autore, converte una identità ferita e problematica in un atto estremo di verità.
Get full access to this article
View all access options for this article.
