Abstract
La letteratura italiana ha sempre affrontato la tematica della morte da diverse prospettive; dalla liberazione dal dolore al passaggio ultraterreno come nelle opere di Dante, Foscolo e Leopardi. In Bassani la morte non è un destino umano, ma trauma collettivo. In Epitaffio le lapidi sono degli strumenti narrativi e poetici che collegano vita e morte, presenza e assenza, parola e silenzio. L’articolo si propone di analizzare la raccolta poetica Epitaffio di Giorgio Bassani alla luce del binomio vita-morte, con un approccio intertestuale che mette Epitaffio in collegamento con il Romanzo di Ferrara, in particolare il Giardino dei Finzi-Contini, dove le tematiche della perdita, dell’esclusione e della colpa del silenzio sono il punto d’incontro tra poesia e narrativa.
In Epitaffio Bassani ha cercato di far coincidere poesia e realtà anche a livello stilistico il che si rivela nella polifonia dei registri linguistici nelle sue poesie dove insieme all’italiano standard, si nota una marca di linguaggio confidenziale, ricavato dal parlato quotidiano, ancorando la voce del poeta alla realtà. Bassani usa confondere i registri linguistici convenzionali per ottenere, attraverso lo straniamento, un risveglio della coscienza del lettore.
Sull’esempio dell’Epitaffio, emerge l’urgenza di una parola che sappia testimoniare le atrocità e i genocidi attuali nelle diverse parti del mondo, di dare voce alle vittime civili che non trovano una sepoltura adeguata e di conservare la memoria storica. L’arte impegnata ha, dunque, il compito di opporsi all’indifferenza e alla barbarie, trasformando la scena della morte in testimonianza.
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