Abstract
L'articolo esamina il legame tra Umberto Bellintani e il ceramista Salvatore Fancello, amico conosciuto durante il periodo dei comuni studi artistici presso l'Istituto superiore per le industrie artistiche di Monza e precocemente scomparso sul fronte albanese nel corso della Seconda guerra mondiale, soffermandosi in particolare sull'analisi di tre poesie dedicate al ceramista, pubblicate nelle tre principali raccolte che scandiscono il percorso di Bellintani: dall'esordio di Forse un viso tra mille (1953) al mondadoriano E tu che m'ascolti (1963) a Nella grande pianura (1998), attraverso le quali è possibile seguire in parallelo sia il processo di elaborazione del lutto da parte del poeta, quanto l'evoluzione del suo complesso rapporto con la poesia stessa, che com'è noto lo avrebbe condotto a un più che trentennale silenzio.
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