Abstract
L’Orologio (1950) di Carlo Levi è stato spesso descritto come un romanzo d’impegno politico. Tuttavia, nell’immortalare un periodo di profonda trasformazione individuale e collettiva, Levi rifugge una rappresentazione mimetica del dato storico, realizzando un potente affresco espressionista. Lo svolgimento narrativo del romanzo è fortemente imperniato su una presenza diffusa di elementi onirici e magici: per penetrare la complessità di quest’opera è necessario quindi esplorare tale aspetto fondamentale della scrittura leviana. Il presente articolo analizza L’Orologio nei termini di un racconto di viaggio all’interno della coscienza fratturata di un paese, laddove viaggio, sogno e magia si rivelano misure complementari di un percorso conoscitivo di ricostruzione morale privato e collettivo insieme.
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