Abstract
Il saggio illustra i rapporti fra la poesia di Rocco Scotellaro e le principali tradizioni della poesia italiana novecentesca. Pur in presenza di un corpus testuale eterogeneo, non privo di notevoli discontinuità, il suo nucleo forte, affidato alle liriche di È fatto giorno (1954), rivela un profilo stilistico meno ingenuo (meno immediatamente popolare) di quanto solitamente si creda. Certe sprezzature sintattiche non sono estranee alla prosa ‘modernista’ degli anni Trenta, e anche le frequenti scelte metriche sospese, claudicanti, sembrano essere il frutto di una ricerca, esemplarmente incardinata sulla figura dell’ellissi. Ne è prova il fatto che Scotellaro non realizza pressoché mai una poesia in senso pieno narrativa: la sua è un’esperienza che si muove quasi senza residui all’interno del genere lirico, anche se – beninteso – è sempre attenta a mettere in rapporto fra loro l’io isolato del locutore e il noi di una comunità che al soggetto possa conferire un senso. Da questo punto di vista, allora, non stupiscono alcune tangenze con la produzione poetica di Amelia Rosselli, che dal popolare ‘concettualizzato’ di Scotellaro ha certo appreso molto.
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