Abstract
Tra gli anni Venti e Trenta del ‘900, lo scenario metropolitano degli Stati Uniti suscita reazioni opposte negli osservatori italiani, che si dividono fra gli estimatori capeggiati dai futuristi, i quali vedono gli skyscrapers come un'incarnazione della modernità, e i detrattori sensibili ad istanze strapaesane, i quali, attraverso la critica ai grattacieli, che dell'America rappresentano la cifra scenografica e il marchio architettonico, intendono accusare più estesamente l'intera cultura che li ha prodotti. Questa seconda tendenza — prevalente nelle riflessioni sugli States elaborate durante il Ventennio fascista — porta i letterati ad elaborare stilemi descrittivi, destinati poi a consolidarsi, che identificano la megalopoli come “nuova Babele“, “fortezza medievale”, “alveare umano“, “giungla d'asfalto”, “regno infernale“, al fine di contrassegnarla come un simbolo del caos e della catastrofe del moderno. Analizzando le rappresentazioni urbane elaborate da autori come Depero, Soldati, Borgese, Cecchi e Ciarlantini, questo studio cerca di dimostrare come il tentativo di contrapporre il modello urbano statunitense allo stile di vita rurale tipico della realtà italiana, non fosse che un modo con cui i nostri umanisti cercavano di opporsi all'avanzata del Progresso, di difendersi dal processo di standardizzazione indotto dalle macchine.
Get full access to this article
View all access options for this article.
