Abstract
Dalla metà del XV secolo cristiani e musulmani ricorrono, più che nel passato, alla guerra di corsa nello scontro religioso e militare in atto dal VII secolo, in cui non si esaurivano, comunque, i contatti tra i due schieramenti, alimentati anche dal commercio. La schiavitù praticata dai corsari è interpretata, in alcuni recenti studi di “mediterraneistica“, come contributo alle relazioni tra i popoli. Persino in simili avverse circostanze sono recuperabili esempi di collaborazione amichevole, soprattutto a livello individuale, come attestano le novelle di Bandello e Giraldi Cinzio esaminate in questo saggio. Tuttavia, attraverso il racconto del successo professionale e sociale in terra musulmana, i personaggi dei due novellieri riflettono un atteggiamento sostanzialmente ambiguo verso l'Islam. L'analisi delle medesime novelle rivela infatti esempi di antagonismo religioso e culturale, sostenuto dai narratori e protagonisti cristiani, che affrontano l'incontro con l'altro ricorrendo alla lente deformante della preminenza culturale e dell'esclusivismo religioso. Il presente studio offre di tale dissonanza un'interpretazione basata sulle rappresentazioni dell'identità musulmana diffuse in Europa, soprattutto negli anni antecedenti la battaglia di Lepanto, quando di fronte alla supremazia strategico-militare dei turchi e i corsari barbareschi, loro alleati, si rendeva necessario ribadire la preminenza della propria fede e cultura.
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