Abstract
Il mio contributo verte su una ridefinizione in chiave linguistica del fantastico in Landolfi e ne suggerisce una lettura attenta ai profondi legami con il dibattito novecentesco sulla crisi della parola narrativa. Prendendo avvio da una lettura ravvicinata dei testi landolfiani questo articolo sottolinea l'importanza che rivestono nell'opus dello scrittore i momenti di crisi della parola, le frequenti istanze di linguaggio non-referenziale, e il dramma che rappresenta per i suoi personaggi la constatazione del fallimento della lingua come strumento di padroneggiamento sul reale. L'obbiettivo è quello di riscattare Landolfi dall'immagine, forzatamentente costruita dalla critica coeva, di uno scrittore sostanzialmente ottocentesco. Molto più vicina a Carlo Emilio Gadda che non a Hoffman o Lewis, e per molti aspetti anticipando alcune tematiche poi proprie della neoavanguardia (il linguaggio come mistificazione, la letteratura come menzogna— ed è, infatti, Giorgio Manganelli il grande erede landolfiano del secondo novecento), Landolfi appartiene alla categoria del tutto novecentesca del fantastico linguistico, un fantastico in cui le infrazioni sulla sfera normativa del reale sono del tutto linguistiche, del tutto parola.
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