Abstract
La critica più recente ha focalizzato la propria attenzione soprattutto sulla produzione primonovecentesca di Ettore Petrolini — quindi sulle macchiette e le filastrocche, le parodie e le battute che costituivano il suo repertorio ai tempi in cui si esibiva nei cafè-chantant e nei teatri di Varietà — ed ha parallelamente prestato maggiore attenzione al suo lavoro di attore piuttosto che alla sua parallela attività drammaturgica, così da relegare in secondo piano le “commedie regolari” degli anni ′20-′30. Eppure, la produzione petroliniana risulta più omogenea e coerente di quanto possa apparire ad una prima lettura: sul versante delle forme per il sistematico tentativo di abbattere la “quarta parete” ed interagire con la sala (negli “slittamenti” con cui usciva dal personaggio per dialogare con il pubblico) e per la persistenza di una certa “discorsività antilogica” per cui nel teatro di Petrolini — destrutturato il nesso fonetica-semantica — la comunicazione si realizza non in modo diretto attraverso il significato, ma indirettamente attraverso il significante. Sul versante delle tematiche, per la coerenza di un “relativismo fatalista” — memore della lezione di Pirandello, si direbbe — che nega qualsiasi verità assoluta e dogmatica e, implicitamente, si contrappone al facile ottimismo del “pensiero forte” d'inizio secolo: un relativismo che trova espressione ora nelle modalità della derisione satirica — come nei numeri di Varietà — ed ora dell'elegia crepuscolare ed umoristica, come nelle ultime commedie.
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