Abstract
L'articolo propone una ipotesi di lettura di un luogo disputato della Commedia (S'alcun v'è giusto… giusti son due ma non sono intesi) di Inferno VI, recuperando lo spessore dell'evocazione dantesca alla luce della autorità biblica (nel Nuovo Testamento l'unico giusto possibile è Gesù) e alla luce della filosofia politica e giuridica medievale (nel commento di Tommaso all'Etica Nicomachea di Aristotele il giusto politico discende dalla giustizia ed è declinato nei due giusti: quello naturale e quello legale. Nel proporre tale lettura si evidenzia come la tradizione di commento antica alla Commedia non sia sempre recettiva del portato dantesco, ma rappresenti piuttosto il filtro che presiede alla generazione di una interpretazione canonica del testo di Dante, come già ha osservato Baranski.
et quello huomo ch'è privato del sentimento, maggiormente è privato dello intellecto et cognitione spirituale.
(L'ultima forma dell'Ottimo, Par. x, Proemio)
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