Abstract
Il contributo esamina il legame che unì Zanzotto a Luzi, poeta che ebbe un'influenza magistrale sugli scrittori della generazione ‘postmontaliana’. Viene messa in evidenza l'attenzione critica e teorica di Zanzotto alla poetica di Luzi che, con la pubblicazione di Onore del vero, impresse un sostanziale mutamento ai fondamenti ‘ermetici’ della propria poesia, costretta a fronteggiare la réalité rugueuse del secondo dopoguerra. Negli anni '50 entrambi i poeti, chiamati ad esprimersi sul fenomeno di un possibile ‘realismo’ o ‘neorealismo'in letteratura, mostrano un comune scetticismo di fondo nei confronti di un'idea programmatica di poesia o letteratura ‘realista’, opponendo ad essa le ragioni di una poesia ‘ostinata a sperare’. Vocativo di Zanzotto e Onore del vero di Luzi manifestano il tentativo, svolto in una precisa autonomia tecnico-stilistica ma attraverso una condivisa apertura al colloquio con il ‘mondo’, di una poesia capace di parlare ancora agli uomini: non più dall' ‘alto’ ma attraverso la realtà drammatica del secondo dopoguerra, ‘spes contra spem’ in un clima di incertezze storiche e culturali. Dall'esame di alcuni scritti critici dei due poeti, inseriti nel dibattito culturale suscitato da ‘La Chimera’ e ‘Officina’, più alcune lettere di Zanzotto a Luzi, emergono appunto le sottili ma decisive affinità teoriche ed estetiche tra i due scrittori, protagonisti di una ‘difficile speranza’ sulla scena letteraria italiana degli anni '50.
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