Abstract
La critica ha tradizionalmente relegato il Betti lirico a una posizione secondaria, sia nei confronti della poesia contemporanea che in quella della sua produzione teatrale. Poche le eccezioni, tra cui Attilio Momigliano e, di recente, Luigi Fontanella e Alfredo Luzi. Nel saggio si valuta il ruolo autonomo dell'attività poetica dell'autore di Camerino, a partire dalle liriche composte durante i mesi di prigionia a Cellelager (1917–18) fino al canto-testamento che chiude La fuggitiva (1952–53). Si mira a rivalutare l'identità poetica di Ugo Betti, approfondendo il rapporto tra l'universo tematico e le forme generative dei testi, cioè la ricerca attenta della stilizzazione. Sul piano morale, la poesia bettiana esprime l'incertezza dei tempi, la sofferenza dell'uomo, quanto l'autore ebbe a chiamare “questa pericolosa libertà nella partenza e questa misteriosa necessità, fatalità nell'arrivo… dal cui segreto attrito nasce la persuasività dell'arte”.
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