Abstract
Il racconto landolfiano rivolge spesso lo sguardo su sé stesso, in un percorso che non solo vede il processo di composizione rappresentato, ma anche scomposto, disfatto, contestato, demistificato. Spesso questo sguardo beffardo e impietoso rivolto alla propria creazione esce dal dominio della pagina landolfiana per andare a ripensare tutta una tradizione narrativa ancorata su stilemi e principi che lo scrittore cerca di decostruire. Il racconto quindi passa a rappresentare lo spazio del narrato, che spesso si alimenta delle sue proprie perplessità e angosce. Landolfi raffigura nella sua pagina la condizione insufficiente della letteratura, in una specie di gioco che mette a nudo le limitazioni e in certi casi anche il fallimento della scrittura.
Nel racconto A rotoli, della raccolta Racconti Impossibili (1966), Landolfi ricrea il racconto giallo con una trama molto semplice in cui lo schema del poliziesco classico, che ha radici in Edgar Allan Poe e Emile Gaboriau, viene a meno per l'impre-vedibilità di un dettaglio motivato da un angosciante dubbio che muove il protagonista. Il giallo di Landolfi rompe con gli stilemi del genere nell'affidare al caso, all'incertezza e all' errore le sorti di un racconto tradizionalmente basato sulla logica, la certezza e la verità, dissacrando cosi un modello esemplare e affermando con ciò l'impossibilità del racconto stesso.
Get full access to this article
View all access options for this article.
