Abstract
Il saggio indaga sull'originale opera teatrale di Domenico Rea, Le formicole rosse (1948). Dopo aver fornito alcune indicazioni di carattere filologico, derivanti dall'analisi di due copie dell'originale edizione mondadoriana con postille e correzioni autografe, il lavoro si propone di fornire un'interpretazione del probabile significato riposto nella tragi-commedia. Seguendo le indicazioni fornite da Rea nella Presentazione del regista e attraverso un'attenta lettura del testo teatrale, i personaggi de Le formicole rosse, resi stereotipici dall'uso di maschere, appaiono simboli dello slancio vitale, del sottile desiderio — tipico del modus vivendi napoletano, ma elevabile a categoria esistenziale — di «vivere almeno una volta», pur lanciandosi tragicamente contro il volere del Fato. La recitazione burattinesca, fatta di gesti, «impennate e genuflessioni», dà il senso di corpi intorpiditi dalla presunzione umana di poter dominare le passioni e improvvisamente percorsi da scariche vitali, costretti a riattivare il dialogo ragione-cuore-membra. Non mancano consonanze e rapporti intertestuali tra Le formicole rosse e alcune significative pagine di Spaccanapoli e di Gesù, fate luce!
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