Abstract
A partire dal passo della Monarchia nel quale Dante sembra alludere al sovvertimento della lex regia con la quale il popolo romano aveva ceduto la sovranità all' imperatore, l'articolo ripercorre alcune tappe della trasmissione del testo della legge nel Medioevo e delle problematiche connesse alla cessione della sovranità da parte del popolo e alla legittimazione del potere dell'imperatore o principe, che dir si voglia, in quanto unico garante del diritto e della giustizia, almeno per Dante, unico capace di realizzare la figura del legislatore platonico le cui norme sono buone in quanto giovano coloro che hanno poco potere. A partire da queste considerazioni si esamina l'attualità del conflitto tra l' impero e il papato ai tempi di Dante non senza notare come nel Trecento i Decretalisti superarono la questione risolvendola a favore della supremazia dell'autorità papale. Proprio in questo clima culturale Dante scrive la sua Monarchia che utilizza i metodi della scolastica e della scuola dei glossatori di diritto e dunque la conciliatio contrariorum per proporre la teoria dei due soli e tuttavia presentare l'imperatore cristiano come soggetto al papa per quanto concerne l'ordine morale. Dante, per taluni nostalgico uomo fuori tempo, si propone come fondatore di una trattatistica politica che ha fatto tesoro dell'esperienza scolastica e giuridica e che anticipa e precorre il Principe di Machiavelli. Alle sue spalle una lunga tradizione di incontro tra letteratura e diritto di cui si ricordano alcuni momenti esemplari.
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