Abstract
Il saggio è dedicato alla letteratura veneta del Novecento, in particolare alla poesia in lingua del ventennio 1945–1965. Fa luce su una tradizione tutto sommato poco conosciuta e periferica rispetto ai grandi centri culturali del XX secolo. La prospettiva assunta, piò che storico-letteraria, può definirsi tematica: infatti il fil rouge che contrassegna il percorso è il paesaggio, così come viene rappresentato e inteso da ciascuno scrittore. La prima parte ricostruisce la fortuna delle notazioni paesistiche nella lirica veneta: a partire da Ippolito Pindemonte, attraverso alcuni celebri poeti del XIX secolo, fino al primo Novecento con Marino Marin e Lionello Fiumi. Da qui, sotto l1egida di Diego Valeri, si ipotizza una linea caratterizzata da un ripiegamento intimistico che fa del paesaggio il luogo d1elezione (Antonio Chiarelotto e Bino Rebellato). L1intimismo astorico viene messo in discussione dai repentini mutamenti culturali degli anni Cinquanta e Sessanta, tanto che la fictio subisce variazioni anche radicali: nella direzione di un realismo che contempla gli stridenti contrasti dello sviluppo (Giulio Alessi, Bortolo Pento); ammettendo, entro i contorni del quadro visivo, le tracce della grande storia (Fernando Bandini, Carlo Della Corte); esasperando l1artificiosità di una qualsivoglia rappresentazione letteraria (Andrea Zanzotto, Cesare Ruffato)
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