Abstract
Il proposito di quest'articolo è di offrire una lettura dettagliata dell'ultima opera di Raffaele Viviani, I Died Comandamenti, scritta nel 1947. Essa costituisce indubbiamente il coronamento di tutta la vastissima opera teatrale dell'autore napoletano ma, forse perché il decalogo ebbe la sua prima rappresentazione solo a Roma nel 2000, a tutt'oggi c'è una mancanza tangibile di interesse per questo dramma. In quest'ottica, l'articolo vuole proporre una lettura de I Died Comandamenti che ne porti alla luce il suo aspetto profondamente sociale e politico, come pure la sua drammatica attualità. Il dramma ha una struttura teatrale basata su un prologo e dieci quadri, corrispondenti ai dieci Comandamenti, ciascuno dei quali illustra l'irrilevanza delle leggi bibliche o quantomeno l'estrema difficoltà dell'osservarle. Intavolando un'amara polemica con la religione, senza mai tuttavia scadere nella posizione facile dell'anticlericalismo tout court, Viviani mette in scena un penoso dibattito sulle condizioni sociali della gente di Napoli nell'immediato dopoguerra, e nel fare ciò l'autore si accosta a questioni scottanti come l'adulterio, la prostituzione, l'amore saffico, e l'ambiguità dei rapporti famigliari.
Get full access to this article
View all access options for this article.
