Abstract
Alla fine del suo itinerarium mentis in Deum, Dante-pellegrino giunge “al fine di tutt'i disii” nel XXXIII canto del Paradiso. Il saggio identifica il desiderium del pellegrino come desiderium Dei, anzitutto prendendo in considerazione le dichiarazioni di insufficienza. La teologia di Dio incomprehensibilis ed il ricorso al pensiero di Otto e Rahner circa l'esperienza religiosa conducono alla tesi del saggio: Dante-poeta ha compreso la necessità teologica del primato della Rivelazione e l'ha espressa attraverso la luce che colpisce il pellegrino, forma di un Dio che, più che essere trovato, si fa trovare. Il saggio indaga inoltre il tema dell'ineffabilità e la dialettica parola-silenzio, citando come precedenti il raptus paolino e l'estasi agostiniana di Ostia (Confessiones IX). Il saggio raggiunge due conclusioni. La prima è che le dichiarazioni di insufficienza hanno il carattere della praeparatio psicologica alla visio Dei e contengono un aspetto dossologico. La seconda riguarda il desiderium Dei che ultimamente conduce il pellegrino – ed ogni lettore della Commedia. Soltanto nel momento estremo, abbagliati dalla luce divina, ci si rende conto che il fatale andare ha un significato, drammatico in un senso: è ricerca di Dio, una ricerca che giunge a compimento solo in quanto Dio si fa trovare, attivando il processo di riconoscimento, la fede: “Credo ch'i vidi” (Par. XXXIII, 92).
Get full access to this article
View all access options for this article.
